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New York, I love you but you’re bringing me down

A volte nella vita ci sono delle coincidenze che s’incatenano e danno vita a situazioni che non avresti mai immaginato, oppure ti fanno incontrare gente che non avresti mai pensato di conoscere, o ancora capita che il tuo relatore sbagli il titolo del libro che ti ha consigliato di inserire nella tua tesi di laurea.

È così che sono venuta a conoscenza di Manhattan Transfer di quel gran genio di John Dos Passos. Per essere un libro del 1925, dire che è avanti è riduttivo. In quel periodo, i libri di letteratura inglese lo insegnano a gran voce, il Modernismo era la corrente protagonista della scena letteraria. Si tratta comunque dei primi decenni del nuovo secolo. Il grande Novecento era cominciato con quel grande lavoro tutto filosofico e per nulla scientifico che è L’interpretazione dei sogni di Freud.

Le certezze del pomposo secolo precedente, tra la caduta dell’Impero asburgico e la fine dell’età vittoriana con la morte dell’omonima regina nel 1901, erano crollate come un castello di sabbia e avevano lasciato solo un gran cumulo di polvere e molta insicurezza.

A recuperare, o almeno a tentare di farlo, in extremis quel bisogno di risposte alle domande ci prova l’american dream. In Manhattan Transfer il grande sogno di abbandonare la provincia e la provincialità equivale allo scontro che si attua una volta arrivati nella metropoli che si trova su un’isola.

I personaggi di questo splendido romanzo corale s’incontrano in modo fugace e si separano altrettanto velocemente. La frammentarietà degli episodi, che si susseguono come se ci trovassimo nelle scene non ancora montate di un film, è quello che rende questo romanzo degno delle migliori opere moderniste.

Non c’è un tempo della narrazione, solo gente che si ritrova per pura coincidenza nello stesso posto. E quel posto, New York, è la vera protagonista del romanzo. L’autore sembra averla osservata attentamente per tutta la vita, tanto le pagine di questo libro sono intrise di splendidi e minuscoli dettagli.

Alzi la mano chi non ha mai sognato di ritrovarsi di fronte a quella donna in accappatoio con una torcia in mano.

“E’ una torcia, caro… La Libertà che illumina il mondo… E là, dall’altra parte, c’è Governors Island. Dove ci sono quelle piante… e guarda là, il ponte di Brooklyn… Bello, eh? E vedi i docks… e poi Battery… e gli alberi e i battelli… e la freccia di Trinity Church e il Pulitzer Building…”

La bellezza della metropoli fa da contraltare al baratro costeggiato continuamente da tutti i personaggi che vengono ammaliati dalla città, come fosse una madre che ti accoglie e quando sei cresciuto ti caccia via a calci in culo. Non c’è poi tanta differenza tra la grandezza della metropoli di Dos Passos, la chiusura mentale tutta irlandese dell’opera di Joyce e la ristrettezza della provincia descritta invece da Carver.

Ogni città, metropoli o paesino può essere meraviglioso, finché non ci vivi. Un po’ come nelle relazioni interpersonali, col tempo ci si accorge dei difetti. Un po’ come questa bella dichiarazione d’amore degli LCD Soundsystem.

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