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Everyman: la morte di un uomo qualunque

La morte è uno di quei temi che rappresenta tutta la delicatezza davanti alla cui manifestazione non sappiamo reagire. Negli anni l’uomo ha creato diverse opportunità per porre rimedio alla fine ultima per antonomasia — l’arte e la religione in primis. Tendenzialmente siamo portati ad allontanare più che mai questo evento che, in un modo o nell’altro, ci colpirà. Prende vita una battaglia tra conscio e inconscio, tra fermezza e fuga oltre le mura della vita, mettendo a nudo — in alcuni casi — un certo egoismo che non smette di contraddistinguerci. Quel che importa è come fuorviare le menti dalla fine. Niente e nessuno potrà mai venirne fuori senza aver prima messo a repentaglio le ossa che sorreggono la materia mortale. Temiamo la decomposizione dei corpi prima ancora che delle menti.

L’intera letteratura è satura di questo sentimento di disagio. La morte si affaccia, anche lì dove non sembra, e fa il suo gioco attraverso le paure che gli scrittori scelgono di raccontare. In un modo o nell’altro diventa l’ingrediente principale di una scatola che racchiude una storia, facendola divenire a sua volta immortale. È questo il potere intrinseco della morte. Trasformare qualcosa da mortale in immortale. Non è facile, ma riesce comunque a trasportare con sé una serie di drastiche intuizioni trasformandole in piacevoli proseguimenti della vita stessa.

Ad uno scrittore come Philip Roth sono diversi i meriti che gli si riconoscono. Sdoganare le ossessioni senza effettuare inutili giri di parole, condurre i protagonisti nati dalle sue mani dinanzi alla terribile quanto carnivora voglia di smembrare gli intestini delle sorti a cui ci si ritrova costretti ad aderire. Una continua messa in discussione della propria vita che finisce per coinvolgere nell’intero dibattito la vena mortale di ogni essere umano.

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In Everyman (Einaudi, traduzione di Vincenzo Mantovani) quello che avviene altro non è che il ripercorrere un sentiero a ritroso che si immerge per gli angoli più spigolosi della propria vita. Il protagonista muore nelle prime righe del romanzo e per ripercorrere le fasi decisive della sua esistenza si affida alla voce del narratore. Prende il via un’escursione per i ricordi, per le svolte che hanno portato alla definizione dell’uomo che i parenti più stretti stanno seppellendo nella fossa scavata nella terra umida.

Attraverso la vecchiaia si materializza una lunga scia di azioni compiute nel passato, azioni che hanno visto lo stesso protagonista autore delle propria vita. I matrimoni, i figli, il lavoro e i tradimenti, fino a giungere in ultima battuta alla piaga del corpo che si incammina verso la sua fine. Gli interventi al cuore, la lunga degenza e il naturale dolore fisico accelerano i suoi ricordi, dalla gioielleria del padre al rapporto imprescindibile con suo fratello. In Everyman c’è spazio anche per la famiglia e tutto quello che ne consegue, proprio come Roth comanda. I tre matrimoni, e le amanti da sempre tenute sottochiave, veicolano il protagonista verso una di quelle riflessioni che fanno emergere tutta una serie di sconfitte. Il rapporto con sua figlia Nancy è una spia che comunica perfettamente il suo stato di eterno marito infedele che non ha smesso di disgregare tutto quello che lo circondava. Inoltre, nel rapporto con i suoi genitori esaminato attraverso la lente della malinconia, riporterà a galla la sua infanzia con il ricordo dell’operazione alla sua ernia inguinale.

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Quando la vecchiaia irrompe nelle pagine del romanzo non risparmia nessuno. I suoi colleghi di lavoro cadono uno dopo l’altro, intensificando il malessere che si manifestava attraverso la debolezza delle sue coronarie. Il tentativo ultimo di catturare l’attenzione della giovane ragazza che fa jojjing lungo il viale in cui amava passeggiare, rispecchia la sua voglia di proseguire per la strada da sempre battuta, l’unica che gli avrebbe trasmesso un certo senso di sicurezza difronte al continuo smarrimento che la sua età provoca. Il vero intento del corso di pittura, la voglia di lasciarsi avvolgere ancora una volta dalla gioia che solo l’unione di due corpi sa edificare. Ecco, per tutta la narrazione salta fuori dalla fossa in cui viene calata la bara del protagonista la potenza del richiamo alla voglia di vivere che, nonostante i suoi alti e bassi, contrasta il volto della morte identificata a sua volta nella malattia. Di colpo le coronarie malandate trasmettono un fluido diverso dal sangue, un liquido che scorre per i meandri dei ricordi, a loro volta nobili fautori di un sentimento prossimo ad una felicità inaudita e allo stesso tempo necessaria. Quella di Roth pare quasi un’ode alla nostalgia.

Nelle ultime pagine del romanzo, quando il protagonista interroga il becchino sul suo lavoro, ci si accorge di quanto sia forte il tentativo di narrare la vecchiaia — e la morte — attraverso tutta una serie di innesti che riguardano da vicino il passato di ogni singola persona. I ricordi di cui tutti gli uomini sono composti tornano prepotenti davanti agli occhi che non riescono più a scorgere l’orizzonte. In fin dei conti, come dice il titolo stesso del romanzo, il narratore celebra la morte di un uomo qualunque, raccontando i tratti più incisivi della sua vita. Il dolore viene sostituito dallo stupore suscitato dalla conoscenza dei fatti, un dolore che può essere di tutti e di nessuno.

Pur attenendosi alla trama, l’atto stesso del narrare diviene il miglior antidoto alla morte proprio come ci hanno insegnato le grandi voci della letteratura. La scelta di collocare una voce estranea alla vicenda fa sì che la vita del protagonista passi di bocca in bocca, tramandandosi di uomo in uomo come avveniva un tempo davanti al fuoco che teneva sveglia la notte. Un po’ come fa il semplice narrare: ci tiene vigili anche quando il sonno sembra non essere più rimandabile.

 

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