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DREAMING call Serie TV

Stasi, il momento perfetto di Tales from the Loop.

*** attenzione, può contenere discrete tracce di spoiler ***

Tales from the Loop è una produzione originale Amazon disponibile su Prime Video. Ispirata alle illustrazioni futuristiche dell’artista svedese Simon Stålenhag, attraverso storie (anche) fantastiche, la serie tv indaga i sentimenti, le fragilità umane in modo pittorico, ne sfuma i contorni, esalta colori, giocando con la luce che si infrange sulla tela rivelando dettagli in modo morbido e drammatico al contempo.
Una serie antologica che sovverte gli schemi narrativi a cui siamo da tempo abituati (e dipendenti, binge watchers che non siamo altro!) fatta di racconti romantici, malinconici e – soprattutto – autoconclusivi, che piombano sullo schermo di casa i primi giorni della fase due, quando la vita qui sembra ripartire. Uno in particolare, Stasi.

That moment

Quell’istante. Quella meravigliosa sensazione di eccitazione. Perché fugge sempre via? Anche quando sai che è un momento speciale, finisce comunque. Perché non possiamo vivere sempre quel momento? Quella sensazione? Perché non può durare per sempre come vorremmo?

Stasi -Tales from the Loop

Sulle note di “The dark end of the streets” di James Carr, le parole di May, protagonista del terzo episodio della serie, ci conducono nel cuore della questione. Esile e leggera come un soffio di vento che fa increspare appena la pelle quando t’accarezza. Un fruscio delicato ma insistente. Ti sfiora. Ti fa voltare. Guarda: May è una ragazza romantica, riflessiva ma anche estremamente pragmatica e concreta – lei che vuole capire il funzionamento delle cose, le apre, le smonta, le rimonta) si chiede perché non possa durare per sempre?


Quel momento. Unico. Felice. Quello soltanto, per sempre. È così che si può vivere l’amore?  Con un qualcosa che rappresenti il segno, che permetta di delimitare e comprendere il confine tra sogno e realtà, come la trottola di Inception. Ed è quel oggetto indefinito, che May scorge mentre è a pesca con il padre e recupera in acqua, una bizzarra lanterna con un pulsante di accensione. Semplice e inequivocabile. ON/OFF. Quello è il segno. l’oggetto. Corruttibile, finito, che mostra fin dall’inizio inceppamenti. Piccole crepe nel funzionamento. Metaforico anticipo di quello che verrà. 

Così May studia e armeggia e ripara e scopre che il tempo si ferma grazie a quel misterioso oggetto. Grazie ai due anelli di metallo da allacciare al polso, suggello di una promessa d’amore che è destinata a durare per un tempo indefinito. Che forzatamente non muta ma poi reclama e arriva a riscuotere ciò che le spetta. 

E così seguiamo e scopriamo May e Ethan – giovani e innamorati – attraverso gli sguardi, i movimenti di camera che indugiano, lenti, sulle dita, le ciocche di capelli che scivolano sulla pelle, le labbra che si mordono, gli sguardi che si cercano. 

Frammenti visivi che si muovono armoniosi attraverso la narrazione musicale di Philip Glass, minimalista e ripetivitiva. Così noi assistiamo a un flusso sonoro che percepiamo come fisico, rimbomba nei nostri occhi come fosse un altro luogo, uno spazio ancor più ampio dove collocare questa storia e tutte le sue intenzioni suggestive. 

Pur con una narrazione molto poetica e immaginifica, Stasi sembra voler penetrare nell’essenza stessa di una sensazione, quasi fosse l’intensità, la durata – eterna, nell’idea di May – la fissità in movimento di un momento specifico, il fulcro di tutto. 

E il resto del mondo, nel frattempo? 

Potremo davvero vivere soli, camminare per le strade di un luogo in fermo immagine? Per quanto tempo potremo sostenere un’esistenza aggirandoci per le strade di un mondo che si fa solo sfondo immutabile? 

In un solo preciso momento della giorno. Vivere alla luce del sole una giornata che si allunga all’infinito, senza più riferimenti, senza più confronto, senza più scontro? Fino a che punto si può essere felici rincorrendo quell’istante all’infinito? 
L’euforia dei primi istanti, sentirsi potenti e invincibili nel guardare la vita intorno che ora ci appartiene. Sentirsi dannatamente liberi di vivere le proprie emozioni, l’amore senza il timore del giudizio. Senza doversi nascondere. Sotto gli occhi di tutti. Lì, in mezzo al traffico immobile, si fondono i protagonisti, unico movimento concesso alla scena, una danza d’amore impaziente e proibita che si esibisce senza clamore su quel palcoscenico del quotidiano circondato da ignari spettatori. Un momento nel momento – eterno splendore – unico e irripetibile, che si frammenta e si fa altro ancora, ricordo e consolazione per un futuro che, si sa, tornerà presto a reclamare il suo pegno. 

I due trascorrono un mese in quella bolla sensoriale, forse anche di più. Il paradosso di avvertire lo scorrere del tempo proprio quando il tempo sembra non esistere più. Il bisogno di Ethan di lasciarlo fluire di nuovo, viverlo accettando il suo corso. Lo smarrimento di May che, invece, ha paura e vorrebbe rimanere lì così, magari per sempre. 

Eppure la vita vera chiama, impone delle scelte, il ritorno alla realtà si fa necessario. Ed ecco che la bizzarra lanterna magica si inceppa e di nuovo May si prodiga per aggiustarla, farla funzionare, affinché li liberi da una condizione che si fa quasi insopportabile. 

La scoperta della vita, di quella imprescindibile imperfezione che la caratterizza, che fa parte di ognuno di noi. La resistenza di May che perde il controllo anche in quel sogno che vive con Ethan, e tenta disperatamente di far durare più a lungo possibile. Ma sfugge. S’infrange. Come la promessa iniziale che li ha uniti. I due litigano, si perdono confondendosi in un tempo che torna a scorrere e li porta altrove. 

La stessa protagonista percorre un’evoluzione che non sarebbe possibile nella fissità di un momento, e di uno soltanto, per quanto intenso e incantevole. Che la cruda meraviglia della vita sta proprio nella rivelazione, nella crescita, nell’evoluzione, nel cambiamento. Nell’inizio così come nella fine. May deve accettarlo, suo malgrado. 

L’inquadratura che si sofferma su quel pulsante e ci lascia immersi per qualche istante davanti a quella scelta. On/off. Il respiro che manca, la pressione del pollice. Il silenzio che si infrange. Come la promessa. Davanti a all’orizzonte infinito. Il rumore del mare, del vento, dei gabbiani. L’anello che si richiude intorno alla lanterna. I silenzi sovraccarichi. I respiri. La vita che riprende, fragile. Ma senza spezzarsi. Anche quando passa oltre e sembra fuggire via. 

That moment. Il loop narrativo – emozionale e poetico – riconduce al principio, mentre il giorno volge al termine, il cielo cambia colore e i neon per le strade iniziano la loro danza luminosa. E quella domanda che ritorna, che per sua stessa natura non può avere risposta, per lo meno non quella che la protagonista ha disperatamente cercato di forzare. 

Ogni volta che passerai di qui, ti ricorderai di quello che abbiamo fatto. Questo momento.

Ed è proprio lì, in quella strada, che le loro vite si incrociano di nuovo. Per un breve instante. Al calar della sera. Gli sguardi e i silenzi, di nuovo. L’incapacità di andare oltre, e rompere quella stasi. Perfetta. 

A volte le cose sono speciali perchè non durano per sempre.

Stasi è una lirica lenta. Sospesa. Onirica. piena di delicatezza e malinconia che s’invola nell’aria, volteggia, affascina e poi si evolve sfiora sentimenti, solleva dubbi, pone interrogativi e impone delle scelte. Attraverso l’apparente staticità prolungata lo spettatore percepisce una sorta di movimento, un flusso onirico che ha durata e senso. Un inizio e una fineA volte le cose sono speciali perchè non durano per sempre. A volte basta il tempo di una puntata, di una poesia vissuta una sera qualunque – che inizia e finisce – lasciando un profumo malinconico ma buono.

L’esplorazione di fugaci momenti di felicità, giocati in questo scenario what if del congelamento del tempo, dimostra che non è sufficiente fermare tutto. Che è proprio questo flusso inarrestabile e fuori controllo a rendere speciale quel momento. Che per continuare a sognare, è anche necessario aprire gli occhi e passare oltre. 

Di Valentina Rinaldi

Silente, con qualcosa da dire.