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Le metamorfosi e le sirene di Nick Cave

Il 9 settembre uscirà il nuovo album di Nick Cave e i suoi Bad Seeds. Si intitolerà Skeleton Tree e sarà preceduto dall’uscita del film One More Time With Feeling, nei cinema esclusivamente per la sola notte di giovedì 8 settembre. Nel frattempo ho deciso di riascoltare Push The Sky Away (2013), ultimo album in studio della formazione capitanata dal talento australiano. Un album composto da nove brani che si apre con We No Who U R, singolo che anticipò l’uscita del lavoro della band nel dicembre del 2012.

Nick Cave, rigorosamente pronunciato tutto d’un fiato, è un’icona non solo musicale, ma un flusso creativo fatto a persona che si perde per le strade del teatro, del cinema e della scrittura — solo per citarne alcune. Il suo è un corpo che viene risucchiato nei vortici che contraddistinguno il suo talento come un’entità mai ferma nell’angolo del ring. Sa continuamente mettersi in gioco, e le sue mirabolanti imprese gli riescono in ogni singola sfumatura di colore.

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La track list dell’album è il miglior manifesto che possa trasmettere il clima malinconico di una melodia triste e colma di rassegnazione dinanzi alla eventualità segnata da un aspetto negativo, difficile se non impossibile da sormontare. La chitarra scandisce un tempo e un suono che si moltiplicano nei lamenti che saltano fuori dalle note eseguite. È il nostro Nick Cave dagli abiti perfetti e dai capelli tirati all’indietro, quello che sembra venuto fuori da una maledizione scritta da Philip Roth e cantata prima da Tom Waits e poi eseguita da egli stesso in carne ed ossa.

Lamenti e deliri si distendo in brani come Water’s Edge, dove le parole predominano su una batteria che detta quasi un tempo insolito che aumenta la disperazione di quella voce stanca di sopportare la gloria insita nel suo vivere quotidiano. Un clima questo che svanisce in una cappa azzurra di tabacco arso e che lascia spazio a Jubilee Street, brano che stacca l’attenzione dal marcio fino a farla passeggiare per gli archi stritolati sulle corde di violini consumati dal sudore dovuto all’aumento della pressione sanguigna e all’alcol che tutto offusca.

C’è il tempo di una ballad. Mermaids è il canto di un Nick Cave privo di colonna vertebrale e provvisto di una spina di pesce che gli permette di nuotare in un mare dove le sue camicie bianche tirate a nuovo non servono a nulla. Nel disagio, nella sconfitta, non ci sono spazi per la cura dell’aspetto. Ritorna Jubilee Street, questa volta Finishing Jubilee Street con tanto di cori e voci femminili che mettono alla porta ogni tentativo di redenzione. Tutto è segnato, stabilito dall’esterno, e non c’è scampo per la salvezza. E poi Higgs Boson Blues, un richiamo alla scienza, alla luce in fondo al tunnel di una voce che non si rompe contro alcuna parete, nonostante sia stata scaraventata con forza da una spinta sconosciuta.

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Lasciarsi cullare dalla tristezza di una melodia, di un album che si conclude proprio con il brano che gli concede il titolo. Push The Sky Away è quel momento in cui al bancone non rimangono altro che bicchieri vuoti e volti persi nell’avanzare della notte fuori da una realtà che agisce da disincrostante sulla materia dove si annidano i sogni e i desideri di una vita, frangenti di tempo che nutrono la resistenza nel momento in cui tutto diventa difficile da reggere. Sono anime accomodate su sgabelli dove perdere la via del ritorno è la miglior cosa che possa mai capitare quando tutto scivola per i ruscelli aridi bagnati da composti chimici che hanno ingurgitato la fonte di un flusso d’acqua sorgente. La desolazione è il caldo che sostituisce la freschezza della novità, del mettersi in discussione anche quando tutto ha preso le sembianze afose dell’abitudine.

Nick Cave il maledetto, verrebbe da dire. Nick Cave lo sconfitto che non riesce ad alzarsi. Push The Sky Away sonda la profondità umana che solo al semplice quanto pericoloso riascolto sa farsi riconoscere. All’uscita del nuovo album mancano solo due mesi, eppure le registrazioni sono iniziate circa due anni fa. Un lasso di tempo difficile da gestire che solo Nick Cave — rigorosamente pronunciato tutto d’un fiato –, riesce a distinguere in ogni minimo istante. Un talento sempre in movimento, dalle colonne sonore per il cinema alle sue stesse prove alla regia, che può sembrare eternamente riduttivo, eppure si riesce poi a dividere il tempo per emozioni e sentimenti che saltano euforicamente da un lutto ad una inarrestabile creatività che nella musica ha costruito la casa dei propri sogni. Allora dovremmo dire Nick Cave il supereroe, riconsegnando ad un artista la sua fisionomia di uomo distrutto dalla vita, la stessa che accomuna tutti.

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