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Diari della quarantena

Venti metri pt2: Le cinque di mattina

Ok, svegliarsi alle cinque di mattina non è una grande idea. Specie se ti metti a rimuginare sulla treccia chilometrica che il tuo EX parrucchiere ti ha tranciato nel ‘98. Sì esatto, quando gli avevi detto “spunta due millimetri”. O su quella volta che, non sai ancora come, ti sei materializzata nei bagni dell’università a fare cose con Teodoro Cinquepalle per poi finire dallo psichiatra. E dal ginecologo. O ancora, su quando uscirai di casa per testare la funzionalità delle tue gambe, la capacità di stare al sole come testimonianza di non essere diventato un vampiro e di socializzare con cose che non siano bottiglie di cherry, saponi di Marsiglia e piante carnivore.

Il fatto è che non ho deciso volontariamente di svegliarmi alle cinque.

Prima di andare a dormire, ho lasciato le tende aperte. Volevo guardare il cielo mentre ero a letto. L’ho trovata un’accortezza rilassante, coi pensieri che rimbalzavano di qua e di là e la speranza che il mio uomo misterioso si affacciasse al suo balcone e mi cogliesse avvolta da un’aura azzurrina e luccicante in stile sleeping-beauty-end-of-the-world-edition.

Beh, in questo caso, Sleeping not Beauty.

Mi sono addormentata. Poi mi sono girata. Ho sentito un rumore, un fruscio provenire dalla finestra. Poi mi sono addormentata di nuovo. Di nuovo quel rumore. Ed ecco le cinque di mattina. Ho spalancato gli occhi e mi sono messa a fissare il vuoto opprimente del mio soffitto stinto.

Una frase è nata in quel momento, una frase che continua a ronzarmi nella testa.

Tutto sta andando come dovrebbe.

Tutto sta andando come dovrebbe.

Ma cosa sta andando come dovrebbe, esattamente? I chili presi, la solitudine, la frustrazione, la costrizione di dover continuamente, senza scampo, fare i conti con se stessi? Guardarsi allo specchio, non riconoscersi fisicamente ma cominciare a capire la propria anima? O semplicemente svegliarsi alle cinque di mattina e ricordare Teodoro Cinquepalle? No perché se così fosse, tutto ciò non dovrebbe andare per niente in questo modo.

Quindi alla fine, tormentata dall’impossibilità di mettere tutto a tacere e tornare a dormire, ho infilato le mie ciabatte coi pompon (sì, lo so, lo so, prometto di buttarle alla fine) e ho preparato il caffè. Poi, con la tazzina bollente in mano, sono uscita a prendere un po’ d’aria sul mio balconcino.

Era ancora buio là fuori. E freddo. Però respiravo. E il caffè mi confortava.

I lampioni della notte erano ancora accesi. Chissà per chi.

Le cinque di mattina tingevano tutto di blu: la strada, i sampietrini, lapislazzuli quadrati diligentemente in fila, i portoni muti, le finestre cieche. Beh, tutte tranne una.

Il mio musicista aveva lasciato la sua aperta. Forse lo aveva fatto per guardare il cielo, come me.

Mi sono chiesta se anche lui avesse un Teodoro in versione femminile. Non so, una Giulietta Quattrotette. Con un gatto che si chiama Maionese. Ma ok, sto divagando.

Tra un sorso e l’altro, mi sono messa a fissare quella finestra e mi sono sentita misera. Avete presente il fondo di quel vaso di cui parlavo l’altra volta? Bene, in quel momento non sono riuscita a trovare neanche l’ombra dello spirito positivo che cercavo.

Tutto sta andando come dovrebbe.

Certo, fuck off.

È frustrante essere consapevoli di non poterci fare nulla. Non sapere cosa rispondere a un messaggio come “Ci manchi”. Aver esaurito tutte le idee su cosa fare, come, quando e perché. Ometto di dire “con chi” perché non avrebbe senso. Qui ci siamo solo io, io e io.

Forse è questo che spaventa di più di tutto il resto. La possibilità, prima remota, di poter all’improvviso restare soli.

Beh, mi sono sentita talmente misera che stavo per rientrare. Il caffè era finito e il blu delle cinque di mattina stava virando verso un azzurro più stinto del mio soffitto. Il mio piede però ha urtato qualcosa di appuntito ma morbido. Un pezzo di carta, un origami a forma di aeroplanino.

Le mie tempie hanno preso a tamburellare e la tazzina, sfuggendomi dalle mani, è cascata di sotto con un rumore che, a quell’ora, è sembrato un tuono spaventoso.

Mi sono guardata intorno circospetta, sperando di non aver svegliato nessuno. L’unica forma di vita ad aver risposto è stata Vito, il cagnolone del quartiere. Mi ha fissata, un po’ contrariato, e poi è tornato a dormire. Beato lui.

Subito dopo ho riportato la mia attenzione sull’aeroplanino. E sulla finestra aperta del musicista. Di nuovo, sull’aeroplanino. Sulla finestra. Aeroplanino. Finestra. A. F. A. F. A. F.

Oh, al diavolo. Ho aperto il foglio, sul quale c’era il disegno di un piano e un nome. Una scrittura piuttosto minuscola ma che sono riuscita a decifrare.

Miguel.

Eddai, ci mancava pure fosse straniero.

Tutto sta andando proprio come fucking dovrebbe, vero?