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Diari della quarantena

La signora Franca

Affinché, quando tutto questo finirà, questa nostra terra sia un posto migliore. 


A partire da questo nostro condominio.

15 marzo

«Com’è là fuori?», mi chiede ogni giorno la signora Franca del quinto piano. Mi telefona la mattina. Per non disturbarmi chiama alle 9.

Vado a prenderle il giornale, Il Resto del Carlino. Arrivo davanti alla sua porta, lascio il giornale e scambiamo quattro parole, sempre le stesse, separati da un’inferriata che un tempo proteggeva la sua casa da ingressi non desiderati e che oggi sembra un divisore tra lei e il mondo.

«Com’è là fuori?», mi chiede di nuovo, «è triste?».Ricaccio dentro le lacrime. «È bellissimo, signora, è sempre bellissimo». Lo sappiamo entrambi che quella che le dico ogni giorno è solo la metà di una verità. Ma ci basta.

Mi guarda, sorride, poi lancia un bacio, ogni giorno con la stessa gioia, la mano protesa verso di me. In mezzo la stessa inferriata che, per precauzione o pigrizia, resta chiusa.

«Ti chiamo domani» dice prima che io vada. 
So già le domande che mi farà. Lei conosce già le mie risposte. Ma ci basta.

23 marzo

«Buongiorno signora!» sciolgo la voce e mi accorgo che oggi non ho ancora aperto bocca per parlare «Le serve qualcosa?». Chiamo la signora Franca quasi ogni mattina. Quando non riesco mi telefona lei. Scusandosi puntualmente per il disturbo. «Signora, lei non mi disturba mai», le rispondo lezioso «Oggi lavoro da casa». «Fai smart working?» mi chiede con la fierezza di un’accanita lettrice di quotidiani che ha già preso familiarità con un linguaggio ‘nuovo’.

Inizia a prendere forma il suo ritratto nella mia testa. Capelli biondi, mossi, sempre perfettamente acconciati. Sul maglione beige mai una macchia. Orecchini dorati a conchiglia, un classico anni ‘80. «Vado a prenderle il giornale» le dico prima che lei possa chiedermelo «il solito?».

In cuor mio continuo a sperare che prima o poi mi chieda un quotidiano migliore del Resto del Carlino. «Sì, il solito. Ma senti una cosa… ti è piaciuta la frittata?». Ebbene sì, ieri la signora Franca ha fatto per me e i miei coinquilini una frittata. Be’… impiattamento migliorabile, un po’ salata eppure poco gustosa, in pratica un’omelette. Vuota. Ingurgito rapidamente il pensiero, la frittata ‘sciapa’ che ho mangiato come spuntino appena rientrato ieri da lavoro. E tutte le puntate di Masterchef che ho visto negli ultimi anni.

«Buonissima, signora, grazie davvero. Non doveva». Abitualmente non mento. Ma lei non può sapere che in Sicilia definiamo frittata una pietanza che sembra una torta, alta dai 10 cm in su, stracarica di uova, patate e cipolla. E unta. Talmente unta da aver bisogno di essere racchiusa tra fogli e fogli di carta assorbente prima di essere mangiata. Che quando la tagli la casa si inonda di vapore, profumi. Pure di Dio si inonda. Non fosse così poco sana gliene starei già cucinando una.

Oggi fa un freddo inatteso. Violente sferzate di vento mi fanno pensare alla neve. Sarebbe terribile non poter uscire a giocarci.Mi scrollo di dosso la sensazione di gelo e le porto il giornale. Mi accoglie al di là della grata di metallo con il solito sorriso. «Tu mi dici: ‘quando ha bisogno mi chiami, signora’» mi fa quasi il verso quando calca la voce su ‘signora’. Punta il dito verso di me, il sorriso lascia il posto a un’espressione determinata: «Io ti dico: quando tu hai bisogno chiamami. Quello che voi fate con me, io voglio farlo con voi. A modo mio». Trova sempre il modo di farmi commuovere la signora Franca. E quell’omelette che ho ingurgitato svogliatamente ieri è la frittata più buona che io abbia mai mangiato. A modo suo.

29 marzo

La signora Franca dell’ultimo piano ultimamente non sta molto bene. «Mi fa male la cervicale» dice quando mi telefona «non mi alzo perché ho paura di cadere». «Non si alzi, signora» non so cosa dire. E quando è così ripeto l’appellativo signora come ogni siciliano cresciuto a pane e riverenza per le persone più grandi.

«Sei già uscito con il cagnolino? Puoi prendermi il giornale quando vai?» lo chiede sempre nello stesso modo gentile. Eccerto che sono già uscito. «No, signora, non sono ancora uscito oggi. Glielo porto subito». «Vai adagio» dice. Mi ricorda mia nonna quando mi mandava a prendere i biscotti al burro, i suoi preferiti, in una pasticceria al piano terra del suo palazzo. L’edicola è praticamente sotto casa mia. Ma da lì vedo una domenica cupa. La città è deserta. Ne sono felice. E, dopo un attimo, tremendamente triste. La signora Franca ha smesso di chiedermi com’è fuori. Io ho smesso di dirle che è bellissimo. Temo di aver smesso anche di pensarlo. Come in tutte le amicizie si arriva sempre a quel punto in cui non ci si mente più.

«Quando tutto questo finirà» sorride mentre mi allunga 5 euro, troppi per un giornale «venite a cena da me?» «Certo, signora, con immenso piacere» sorrido anche io mentre le ricordo che mi ha già dato 10 euro qualche giorno prima. «E brindiamo?» chiede. Trattengo a stento le lacrime. «Certo che brindiamo, signora» la mia voce cede. Ci salutiamo, mi allunga un bacio, le braccia protese verso di me. Vale più di 5 euro. Più di mille giornali. Percorro i cinque piani che mi separano da casa. Sento la sua porta che si chiude. Adesso posso cedere. In lontananza il mio cane gratta la porta. Sente che sto arrivando.

«Tranquillo, bello, sono a casa».