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La mia quarantena con Ubik: la disperazione non è indicata

Personaggi strambi, dagli improbabili vestiti che provengono da mondi e tempi lontani.

Oggetti che sovrastano i protagonisti, il denaro che detiene il potere. Se non paghi la porta che si apre, tu non esci di casa. Li hai 5cents amico? La porta ti parla, muovendoti accuse, sei un fallito dice. Per entrare e uscire da ogni luogo dobbiamo pagare il conto. È un modello, questo, un sistema, che crea un certo disagio. Ci sentiamo il qualche modo incastrati, tagliati fuori o bloccati dentro. È un elemento significativo, un pretesto quotidiano che però si carica di un significato simbolico che ci fa riflettere sul fatto che senza denaro siamo come topi in trappola. Il potere del denaro sulle nostre vite e la sua pericolosità, il potere di un denaro che tramite gli oggetti, le macchine, i marchingegni tiene sotto scacco l’umanità. Ma cos’è esattamente Ubik?

Sempre, all’interno del testo, sopra ogni capitolo aleggia la sua ombra sinistra, che fino a pagina 98 non sappiamo ancora cosa sia davvero, mentre siamo consci delle sue potenzialità. Pare sia tutto e nulla, un innocuo je ne sais qua che a volte ha la fragranza del caffè appena tostato, altre ci salva dai debiti economici, in certi contesti è un prodotto per la cura della cucina, in altri un condimento per le insalate, una crema anti-secchezza per capelli o un intruglio – che io francamente e non so voi, non mi sognerei mai di bere – che rimette lo stomaco in sesto dopo un’abbuffata.

Cosa diavolo è Ubik?

Molte volte, nel corso della lettura mi sono chiesta cosa potrebbe essere il vero significato di questa parola e altrettante volte non ho saputo rispondere. Probabilmente Ubik è Dio, il grande fratello che ci spia continuamente, è la pubblicità che ci condiziona, sono le lobby, è chi detiene il potere e muove le trame del mondo. Ubik è una sottocultura intrisa di modernità, è al contempo l’eccesso di un mondo globalizzato, la sua frattura e il nostro spavento. Una e tante cose, apparentemente insignificanti ma sostanzialmente fondative di un certo universo, di un tipo specifico di realtà.

È il primo Philip K. Dick che leggo e non me ne vergogno. La vicenda biografica di questo scrittore mi ha profondamente colpita e la sua bibliografia farebbe impallidire chiunque, almeno per quantità. Per valutare la qualità bisogna aspettare di leggerne almeno i testi fondamentali. Non valuto la qualità della scrittura, considero la genialità di pensiero, la stravaganza creativa, il saldo contesto spazio-temporale plasmato, gli immaginifici mondi, gli assurdi universi, il terreno che frana sotto le scarpe del lettore e che si ricompone altrove, in altri tempi. Il concetto ambiguo di morte, l’esistenza che continua oltre la vita, in un dialogo verosimile tra vivi e trapassati. Considero tutto questo e a tutto questo mi inchino. Philip K. Dick è stato precursore e profeta, un sognatore e un visionario.

Alla fine l’ho scoperto che cos’è Ubik, ma non ve lo dirò. Semplicemente ammetto che, in parte, mi ero sbagliata. Vi parlerò di altro comunque, delle potenzialità della scrittura di Philip K. Dick di narrare in modo autentico allucinati mondi, di descrivere il 1992 (che rappresenta il futuro nel testo!) balzando qualche riga dopo nel 1939, con automobili sferraglianti e maledettamente lente, con case antiche, palazzi arcaici, vite prive di qualsiasi comfort.

Quale insegnamento possiamo cogliere tra queste pagine?

Possiamo seguire almeno tre piste, la prima, quella forse più ovvia è che uscire ogni tanto dalla nostra comfort zone ci fa solo bene. La seconda è che il futuro, quello che avevano immaginato agli albori del ‘900 o negli anni ‘70 è ancora lontano. Ubik è ambientato nel 1992. Descrive quest’anno come un inimmaginabile futuro, con navi spaziali che viaggiano in ogni dove e a tempi minimi, filetti brasati di grillitalpe marziane, congelamenti rapidi di morti che riportano i defunti a una semivita attiva. Nel 1992 io avevo un anno e non potrei ricordare comunque, ma non mi risulta che una qualche organizzazione di previdenza abbia condotto i propri lavoratori sulla Luna per un qualche misterioso progetto. Il terzo insegnamento è: mai fidarsi degli sconosciuti e questa equivale a legge universale, in qualunque universo, in ogni epoca.

Le mie parole sono sicuramente influenzate da una quarantena della quale non ancora bene si vede la fine. Oggi 19 marzo, mi manca camminare, mi manca la luce del sole. Oggi è tempo di parlare di viaggi interstellari, è tempo di parlare di evasioni, di rincorse nei più estremi spazi, di decadimenti della materia verso stadi procedenti. È un modo per evadere restando fisicamente dove si è. La letteratura tutta, del resto, ha questo potere, tutto il mondo letterario, nella sua corposità di generi e nella variabilità di stili e autori, assolve, consapevole o meno, questo oneroso compito.

Le evasioni di Philip K. Dick

Nello specifico Philip K. Dick, non si occupa unicamente di evasioni, si impegna piuttosto ad indagare quella che è la condizione dell’uomo quando certe varianti dello spazio-tempo lo conducono “altrove” rispetto al suo quotidiano. Lo scrittore di Chicago si domanda come possa reagire un individuo medio davanti a fenomeni inusuali. La sua è una fantascienza di stampo esistenziale. I luoghi, il contesto che racconta sono sempre delle fantasmagorie, sono illusioni, sono permanenze astratte e fallaci. Sono prodotti di una mente altra, elementi riflessi dal mondo delle idee platonico, ingranaggi di un grande sistema dove il tempo è contemporaneamente fermo e in decadimento continuo. Luoghi dove tutti sono uomini ciechi dentro caverne che credono mondo, uomini che si nutrono di ombre e riflessi pensandoli come qualcosa di autentico.

Tutti noi, dalle spelonche delle nostre vite, dagli anfratti delle nostre esistenze, dai silenzi delle nostre stanze in penombra condannati a una lenta quarantena, dovremmo leggere almeno un libro di questo grande scrittore americano, di questo genio filosofico dal pensiero soverchiante, perché, per dirla con le sue parole, drammatiche ma al contempo rassicuranti:

riteniamo che al momento la situazione sia piuttosto minacciosa, seppure non disperata. La disperazione non è indicata… mai, in ogni caso.

(Ubik – Philip K. Dick)