Il basco

C’è un vecchio basco nero appeso a fianco della porta di casa mia.
Il mio vecchio basco nero.
È lì, fermo. Immobile.
Dimenticato.
E quasi mi dispiace.
Certo, è un oggetto. Senza sentimenti né vita. Ma forse indossandolo era come se gliene dessi una.

Prima del grande blocco questa casa, e tutto ciò che c’è dentro, era come una grande cornice. Ricca, varia, ma pur sempre una cornice. Perché la vita era fuori, la vita erano i mezzi pubblici stracolmi, i piccioni in piazza Duomo, la cioccolata da Pascucci.
E ora la vita non c’è più. L’hanno rapita, l’hanno portata via da me!

È davvero così?
In questi giorni ho imparato che no, non è davvero così.
La materia non si crea né si distrugge, ma la vita sì.
È primavera, e la natura fa il suo corso, come noi dovremmo fare il nostro.
È dando la vita che la si crea; attraverso la dedizione e l’amore la si può imprimere dappertutto, come l’impronta di una scarpa nel cemento fresco.
In questo modo una casa inanimata può diventare viva, fervida, dinamica.

E l’arte. Non serve forse a questo l’arte?
Che la si crei o la si contempli, la finestra dell’arte fa entrare più luce di alcuni infissi da fabbrica.
Ci sono dei fiori che riescono a farsi spazio anche attraverso strati di asfalto, pur di farsi baciare dalla luce.
Ed è una luce più pura e più calda, questa; di quelle che se ti accarezzano la guancia è come se ti donassero serenità. Una serenità profonda, una serenità vera, impregnata di gioia come di dolore.

Non danno, forse, le mani di mio padre, vigore alla terra che coltiva?
Nonostante si trovino in dei vasi stretti e a tratti soffocanti, respirando aria di periferia cittadina e non certo di campagna, nonostante siano limitati, quasi intrappolati, i semi germogliano.
E crescono. E danno frutto, e danno vita.

Il mio basco non è più appeso vicino alla porta.
L’ho indossato. E ho scattato una fotografia.
Forse l’ho fatto solo per simpatia, ma ora mi sembra più… vivo.