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Glenn Gould o della compiuta assenza

Preludio

Ci siamo trovati sospesi, a causa di questo Covid-19, in un limbo che attraversiamo con la percezione di una subdola spada di Damocle abile a recidere il senso della vita activa a cui eravamo abituati. Nel rapporto con gli altri, scopriamo ora un senso diverso della presenza, dell’essere davvero qui e adesso.  Difficile non pensare ad un artista che dello sparire dalle scene, all’apice del mito, fece la propria missione, per inseguire il sogno di una musica che fosse, come nella mistica medievale, “ciò che riempie contenendo”: Glenn Gould.

Il genio è fratello dell’unicità, come questa la sua condanna. Chiunque abbia in sorte il dono del talento, si ritrova a doverlo alimentare nel nome dell’apparire. E abbiamo chi quell’immagine ha cercato  di distruggere, rimanendo nell’incertezza che Keats considera prerogativa degli artisti. Uno di questi, forse l’unico ad esserci riuscito, è Glenn Gould.

Nato nel 1932, canadese, bambino prodigio del pianoforte, dotato dell’orecchio assoluto. A 14 anni l’esordio con il Quinto concerto per pianoforte di Beethoven e l’incontro con il suo primo ed unico insegnante di pianoforte, Alberto Guerrero, che lo lascerà dopo cinque anni spiegando ai genitori: “Non ho più nulla da insegnargli”.

I concerti e le incisioni alimentano la sua fama fino al 1964, quando a 32 anni l’angelo muta in fantasma e lascia per sempre il palcoscenico. Fino alla morte nel 1982 , Gould terrà conferenze sulla musica, inciderà dischi, comporrà radiodrammi, avendo solo parole di astio verso i recitals.

“Laggiù, qualcuno mi ama?” sembra chiedere il solista mentre spinge le ottave in funambolici crescendo quasi a mendicare quell’amore, insieme a quella crudeltà che si cela in ogni forma di ammirazione. Uno schiaffo, quello di Glenn Gould, a tutti coloro che vedono l’arte come divertimento e non come percorso di salvezza della propria anima.

Un’assenza dalle scene, la sua, che sembrava coltivare un’altra immagine, unica nella storia della musica: l’artista che distrugge se stesso e per questo trova la propria salvezza. Suonava pochissimo il pianoforte, solo un paio di volte prima di ogni incisione. Lo strumento per Gould doveva essere trasfigurato, spogliato di ogni virilità per essere più idoneo alla polifonia, alla ricerca della lux, eterna e salvifica, opposta alla lumen, mondana e dolorosa.

Nello studio di registrazione, Glenn Gould dava nuova forma alla letteratura musicale. Provocava il suo pubblico dicendo che una Sonata di Beethoven era stata incisa montando due diverse esecuzioni. Professava un amore viscerale per la scuola dodecafonica e seriale (ma adorava i tardoromantici come Jan Sibelius e Richard Strauss) e nel programma dei suoi concerti inseriva brani francamente noiosi – come la Terza Sonata di Ernst Krenek) forse per smontare l’entusiasmo di chi veniva ad applaudirlo per dire “io c’ero”.

L’assenza, di nuovo. La stessa che nell’ultima Novelletta op. 21 di Robert Schumann si esprime attraverso l’indicazione Wie Aus Der Ferne (“Come giunto da lontano”). Quando il suono sembra provenire dalla parte più intima di noi e trasforma la musica da qualcosa che ascoltiamo in qualcosa che ci ascolta.

Nel distacco dalla vita pubblica – a cui oggi per altre ragioni siamo costretti – Glenn Gould ha voluto perfezionare il suo percorso, unico e geniale. Lui che voleva scomparire nell’anonimato – magari in una “idea di Nord” dal titolo di uno dei suoi radiodrammi – oggi è il solo ad essere riconoscibile dopo due sole battute.