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Di John Coltrane, di un album inedito e di fili interrotti.

Il prossimo 29 giugno 2018 John Coltrane ritorna con un album di inediti. “Both Directions at Once: The Lost Album” porta di nuovo alla ribalta l’inconfondibile voce del tenorista pupillo di Davis. E’ il Coltrane più amato, quello del miracoloso equilibrio del capolavoro che è “A Love Supreme”, l’album della consapevolezza matura, della tecnica sopraffina, citato dal mondo intero come la pietra miliare del grande Trane e della storia del jazz. Ebbene, nel 1963 il sassofonista accompagnato dalla leggendaria line up classica (Jimmy Garrison al basso, il batterista Elvin Jones e il pianista McCoy Tyner) aveva inciso un album di cui fino ad ora si parlava in termini leggendari, una sorta di Sacro Graal irrecuperabile dato che negli anni della crisi l’etichetta aveva dovuto ridurre i costi di magazzino perdendo molto materiale che oggi si potrebbe rivelare inestimabile. Una session negli studi Van Gelder era stata comunque, fortunosamente incastrata fra gli impegni al Birdland e le registrazioni con Johnny Hartmann. Both Directions at Once: The Lost Album è il titolo con cui il figliol prodigo …

Here’s the story of the Hurricane – Bob Dylan & His Band

    Ho ancora appiccicato addosso il sound vibrante di Desire. Dentro le orecchie il suo accento americano, le note di un violino, di una chitarra antica, la malinconia di un’armonica. Difficile mettere su carta una carriera lunga e intensa come quella di Bob Dylan. Complicato come riportare su un foglio bidimensionale il vento, la luce, le onde del mare. È una proiezione impossibile. Chi è Bob Dylan, mi chiedo? Un settantenne che ha fatto la storia della musica? Un profeta? Un dio? Il menestrello del Rock? Il premio Nobel per la letteratura che si è fatto beffa dell’Accademia Svedese? Convengo che è tutto quello che c’è stato nel Nuovo Mondo più o meno dalla corsa all’oro alla contemporaneità, passando per Woodstock, l’epopea Beat, Martin Luther King e la postmodernità. È un po’ come Underworld di DeLillo o come l’Ulysses di Joyce.     Complesso, vasto, impegnativo, contraddittorio. È inclassificabile, è tutte le cose belle che a scuola ci insegnano come astratte. È libertà prima di tutto, la libertà intesa come l’intendeva Isaiah Berlin: «resistere, …

Kurt e la mia infanzia

Da bambina trascorrevo molto tempo nella casa dei miei nonni paterni. I fratelli di mio padre sono molto giovani. Considerate che il suo fratello più piccolo ha solo sei anni in più di me. Tutti nella famiglia hanno sempre avuto una passione sfrenata per la musica rock. Nelle due camere comunicanti c’erano sempre pile di vinili, musicassette e cd. Appeso al muro di una di esse c’era un bellissimo poster di Bob Marley. Nell’altra invece ricordo molto bene un poster dei Rage Against The Machine. Insomma, sono cresciuta ascoltando buona musica. I miei zii la domenica, prima di pranzo, si sedevano sul divano nella sala imbracciando una chitarra acustica e strimpellavano spesso i grandi classici. In quella camera c’erano due chitarre acustiche, due chitarre elettriche e un basso, insieme a una quantità indefinibile di plettri. Oltre a suonare per noi, due dei miei zii avevano una band, gli Area 51. Abbiate pazienza, era la fine degli anni ’90. Una volta mia zia, l’unica sorella di mio padre, mi fece il frisé, quella orrenda piastra con …

Le metamorfosi e le sirene di Nick Cave

Il 9 settembre uscirà il nuovo album di Nick Cave e i suoi Bad Seeds. Si intitolerà Skeleton Tree e sarà preceduto dall’uscita del film One More Time With Feeling, nei cinema esclusivamente per la sola notte di giovedì 8 settembre. Nel frattempo ho deciso di riascoltare Push The Sky Away (2013), ultimo album in studio della formazione capitanata dal talento australiano. Un album composto da nove brani che si apre con We No Who U R, singolo che anticipò l’uscita del lavoro della band nel dicembre del 2012. Nick Cave, rigorosamente pronunciato tutto d’un fiato, è un’icona non solo musicale, ma un flusso creativo fatto a persona che si perde per le strade del teatro, del cinema e della scrittura — solo per citarne alcune. Il suo è un corpo che viene risucchiato nei vortici che contraddistinguno il suo talento come un’entità mai ferma nell’angolo del ring. Sa continuamente mettersi in gioco, e le sue mirabolanti imprese gli riescono in ogni singola sfumatura di colore. La track list dell’album è il miglior manifesto che possa trasmettere …

Lucio Battisti e la percezione dell’amore

Non sono mai stata una da musica italiana. L’ho sempre trovata forzata rispetto alla fluidità che caratterizza quella inglese o americana. Gli artisti italiani in circolazione -parlo di quelli più commerciali- non li ho mai neanche considerati. “Sono solo canzonette”, dice in chiusura un noto brano di Edoardo Bennato del 1980. Non sono nemmeno una grande fan degli eccellenti esempi di cantautorato italiano (De Gregori, Dalla e compagnia bella, per intenderci.) L’unico punto debole che ho è Lucio Battisti. Ecco, lui mi piace. Trovo che i testi siano poetici. Le melodie mi stregano. Nell’ultimo periodo è come se lo sentissi nell’aria. È una storia molto strana, perché è cominciato tutto verso la fine dell’inverno. Ho riascoltato Amarsi un po’e, che ci crediate o meno, mi ha lasciato di sasso come riesce a farlo solo il tepore della primavera (“però volersi bene no”). Mi trovavo in un periodo di transizione, uno di quei passaggi obbligati: restare a galla o sprofondare nello spleen. Da un lato c’era la fine del freddo, l’accidia, e dall’altro Battisti mi diceva costantemente che la vita …

Musica, Eggregora, Omid Jazi, Tooting Bec

Quando ascoltate un brano vi ponete mai domande che vorreste fare a chi ha prodotto quei suoni e quelle parole? Oggi dalle domande non se ne esce vivi. Ho proposto questa apparentemente semplice ma insidiosa intervista a Omid Jazi, di cui abbiamo già parlato in quella che non amo definire una recensione di Tooting Bec, il suo secondo album in studio. E’ stata una chiacchierata su ciò che ruota intorno ai pianeti che compongono il mondo artistico di Omid, che ha da poco rilasciato il video del suo brano Eggregora. Chi è Omid Jazi? Figlio di emigrati, uno che non ha visto una famiglia per la maggior parte della propria vita. Che non ha conosciuto la stabilità. Che per questo fa di tutto per creare il proprio mondo. Cosa ti ispira nella vita di ogni giorno? Rispetto a tutto quello che potrei immaginarmi, un passerotto sul marciapiede mentre cammino, un bambino che chiude gli occhi rivolto al sole e sorride, qualcuno che aiuta un bisognoso per strada, un amico che mi chiede come stai? In cosa credi? …

Fenomenologia di Lana Del Rey

Gli artisti, di qualsiasi categoria facciano parte, creano un personaggio. Pensate a gente del calibro di Bowie, Wharol, Capote. C’è un fulcro, una base d’appoggio attorno alla quale ruotano diversi altri aspetti e caratteristiche peculiari. Quelli che ti fanno affermare la grandezza di un personaggio pubblico.  Poi ci sono altri tipi di personaggi, che mutano in modo camaleontico, sfruttando l’onda di una linea generale, o creandone una tutta loro. Pensate a Lady Gaga. Lei è l’esempio più immediato che abbiamo di trasformismo nel mondo della musica. Tant’è che Miss Germanotta ha creato un alter ego maschile, Jo Calderone, sotto le cui spoglie si è presentata ai VMA nel 2011. Uno dei personaggi camaleontici che preferisco è Lana Del Rey, all’anagrafe Elizabeth Woolridge Grant. Le sue prime apparizioni in televisive, parliamo del 2012, sono impacciate, timide e se da un lato inteneriscono lo spettatore empatico, dall’altro permettono ai più critici di dire: “Ma chi è questa tardona?” Se non fosse che Lana già in quel caso stava interpretando il suo (neanche primo) personaggio. Se scavate nelle profondità dell’archivio …

The less I know the better: una surreale visione (tra pon pon, King Kong e pop art)

di Valentina Rinaldi Un classico. Giovani studenti e i loro sguardi che s’incrociano in silenzio. Il pallone da basket che rimbalza e riecheggia nella palestra e lungo i corridoi insolitamente deserti di un liceo qualsiasi. Sospiri. La musica che ancora non parte. Vai dentro, dunque, oltre quel silenzioso affanno. La camera che s’infila nell’angusto armadietto, passa rapida tra pochi essenziali oggetti in penombra, sfiora prima un libro, poi sneakers, canotta appesa a lato, e poi vai al centro della scena, ecco, la banana gialla, tra un gorilla in miniatura adagiato e un trofeo di basket. Vai oltre, dunque, vai dentro quello sfacciato richiamo voyeur. La luce filtra dalla fessura, lo sguardo si fa curioso, denso e affannoso, e scivola complice su quella scena e tra le cosce spalancate della provocante innocente fanciulla. Vai a quel sospiro, nel bel mezzo di un tormento carnale. Cambio di scena: la musica fa sollevare il capo e dilatare quelle palpebre a fessura tremolanti. Le immagini esplodono, ammiccano e solleticano. E via, via, togliete dalla faccia quel sorrisetto da liceale …

Father John Misty vs. Josh Tillman: incontri che cambiano le prospettive

Ad oggi, 29 dicembre 2015, sarete sicuramente tutti (o quasi) impegnati nei preparativi per il vostro Capodanno. Che lo passiate in famiglia o altrove, prendetevi un paio di minuti per staccare dal delirio delle festività. Conoscete Father John Misty, aka Josh Tillman, no? Bene. Ho ascoltato e riascoltato The Night Josh Tillman Came To Our Apt. ed ho guardato e riguardato il video del brano, trovandolo poesia pura. Pare che nel videoclip Father John Misty e Tillman si incontrino per caso in un caratteristico bar americano. I due si ritrovano a chiacchierare al bancone come due perfetti sconosciuti. Cominciando a bere insieme. Questo è il preambolo di una serata di baldoria che prosegue in casa di John, tra cocaina e tuffi in piscina. La bellezza poi arriva nel momento in cui John e Josh si baciano e fanno l’amore. Ma ci pensate? Baciare sé stessi? Ha un significato molto profondo. Svegliarsi il mattino successivo, da soli nel letto, come nel miglior copione americano. Ripercorrere con la mente i frame della notte precedente. Accorgersi del mal di testa dovuto a quello …

Riflettersi in qualcosa di difficile: Mainstream — Calcutta

Se mi chiedessero di definire con un aggettivo Mainstream di Calcutta, penso che sceglierei “semplice”. Attenzione, con questa qualificazione non intendo nulla di negativo. Questo perché il giovane cantautore di Latina parla di situazioni che solo all’apparenza sono semplici, di portata quotidiana, mainstream. Una delusione d’amore l’abbiamo attraversata un po’ tutti. Sappiamo che non è la fine del mondo, che ci riprenderemo. Calcutta con i suoi testi e le sue atmosfere ci permette di pensare: “Ehi, ma questo è successo anche a me. Ma allora non sono l’unica sfigata che si è trovata davanti uno stronzo!” Cosa mi manchi a fare è proprio un brano che vuole mettere in chiaro una situazione: io da te non ho voluto amore volevo solo scomparire in un abbraccio Si può confondere l’affetto con l’amore? Eppure il confine è molto labile e facilmente valicabile. E Calcutta allora chiede: cosa mi manchi a fare? tanto mi mancheresti lo stesso Nell’apparente semplicità di sentirsi inadatti alle relazioni, incapaci (chi vive in provincia lo sa benissimo) di abitare e vivere la metropoli — Milano in questo caso — che è “la corsia di …