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Strawman and The Jackdaws: dov’è il mio folk adesso?

Sono passati più o meno cinque anni da quando vidi Londra per la prima volta. Ricordo il treno in sosta sul ponte collegato a Victoria Station, il Tamigi, come dipinto, in cui si specchiava il grigiore di una città che grigia non è. Ricordo il godimento di quell’attimo, amplificato dalla colonna sonora cristallizzatasi in esso e in quella porzione felice della mia gioventù: Mike Rosenberg, in arte Passenger, questo il nome di chi ha accompagnato lo spiraglio di luce nel buio medievale della mia adolescenza.

Ne è passato di tempo da quando ho smesso di premere play ed ho lasciato scorrere come un fiume in piena le note folk, quelle che mi hanno insegnato la leggerezza del vivere. Sono sempre stata aggrappata alle canzoni dei Lumineers, Of Monsters and Men, Foster the People e molti altri, che come loro rispondevano le mie vibrazioni energiche, positive, da combattente felice. Poi svanirono, si affievolirono per lasciare posto a sonorità più cupe e introverse, anche se pur sempre sognanti. Mi sono domandata: “Dov’è il mio folk adesso?”.

La risposta è arrivata solo l’estate passata, a non troppi chilometri di distanza da Londra, nemmeno troppo lontano da casa. La risposta è arrivata da Grafton Street, la strada più affollata di Dublino. Era una domenica soleggiata di luglio, la prima di molte altre a venire. Il mio folk era lì, nello spirito di due busker. Il mio folk era lì, ma era anche dentro di me. Non se n’era mai andato! Pareva un déjà vu, il primo di molti altri a venire lì in Irlanda.

Quei due ragazzi erano molto più che semplici busker. Uno si fa chiamare Strawman e con la sua chitarra, la sua armonica e le sue canzoni nel 2017 ha dato vita, proprio a Dublino, alla sua band: Strawman and The Jackdaws. Strawman, ossia Riccardo, dopo aver passato un paio d’anni in giro per l’Europa a rallegrare con la sua musica strada per strada, ha fatto di Dublino la sua terra d’approdo, dove ha incontrato Michael, il batterista e percussionista che lo affianca col suo cajon nelle strade della città, e Jacopo, il chitarrista, quello dalla vena più rock e punk del gruppo. Nel tempo si sono poi aggiunti gli irlandesi Niall, al basso, e Rory, al sassofono e ai synth.

Foto di Stefano Canavese

Non c’è un unico modo per descrivere la band italo-irlandese. Sono sperimentali eppure folk nella maniera più assoluta e semplicistica. Sono un po’ pop, un po’ indie per il loro modo di saper coinvolgere, soprattutto durante le loro gig. Passano da riff distorti e pesanti ma sognanti a pulsazioni elettriche gioiose e giocose. L’ecletticità delle ispirazioni che ognuno dei ragazzi apporta al gruppo è la costante in tutti i loro brani, insieme alle metafore e agli immaginari profondi nascosti dietro a brani narrativi e cantautorali.

“Butterflies have fluttered
Even if I tried to get their height
Floods and droughts they dry my mouth
Stuck in limbo give me a shout!”

Precious Star è il primo singolo pubblicato dalla band. È un brano che ha ricevuto un buon riscontro sia nel piccolo dell’Irlanda che nel grande della realtà internazionale. Se mi chiedessero di spiegarne la bellezza direi che è come il profumo dei gelsomini nell’aria serale primaverile: in un limbo tra sogno e realtà. Alla conciliazione degli opposti il caos ordinato strumentale dialoga con la quiete della voce e dei cori. Stare fermi al ritmo di un brano così è impossibile, e lo possono confermare tutti quelli che l’hanno sentito live, a Dublino, Milano, Limerick, Monaghan, Torino, Cork, Belfast, Belluno o Galway che sia.

Dov’è, dunque, il mio folk adesso? È nei punti caldi delle canzoni degli Strawman and The Jackdaws, è nel ritmo di Swallow, nell’evocazione dei ricordi di estati calde giunte al termine, nell’intersezione tra le sfumature vibranti delle foglie che cadono e il vento che inizia a levarsi freddo e pungente. Il mio folk è nelle parole di Strawman, nella semplicità di immagini e storie che sorreggono il peso di esperienze di vita. Il mondo è una rondine che inghiottisce la vita di ognuno di noi, dice Swallow. Ma se questa fosse una sfida, un gioco in un labirinto invece che una sconfitta in partenza? Il mio folk è, ed è sempre stato, un inno alla messa in gioco. È bello ritrovarsi e riscoprirsi.