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True Detective: amore a prima vista

Ho visto la prima serie di True Detective parecchio in ritardo rispetto al resto del mondo. Sono fatto così. A dir la verità l’avevo completamente rimossa dalla mia lista immaginaria di serie tv da vedere in futuro abbastanza prossimo.

Poi un mese fa l’incantesimo. Spuntò così fuori dal nulla, come un vecchio ricordo che emerge quando meno te l’aspetti.

Rimasi stregato già dalla sigla di apertura che scorreva sullo schermo, incontrastata dal buio della mia camera. Quella melodia, quelle immagini. Sentivo che sotto già c’erano le basi per quello che — nel mio piccolo — amo definire un cult. Sì, è vero, ignoravo fino a quel momento l’esistenza dei The Handsome Family. Ma come me ci sarà stato un numero elevato di gente che, rimanendo colpita dal brano, è corsa su YouTube a cercare qualcosa in più sugli autori, oppure semplicemente a riascoltare all’infinito Far From Any Road.

Altra questione che vorrei sollevare: i personaggi. Bene, Leonardo DiCaprio quell’oscar doveva vincerlo. Forse, giusto per avvalorare la tesi del complotto — questi complotti sono ovunque –, su di lui aleggia davvero una congiura messa su dall’intero star system. Premesso questo, come posso odiare in partenza tutto quello che appartiene a Matthew McConaughey? Per di più senza alcun criterio? Rustin Cohle è stata un’interpretazione magnifica. Mi ha trascinato con sè — e con Martin Hart interpretato da Woody Harrelson — per le strade di tutta la Lousiana.

Il suo modo di parlare fatto di pause, sospiri, e sguardi fissi nel vuoto. Il suo quaderno nero su cui annotava tutto, e che gli era valso il soprannome di Esattore tra i suoi colleghi, è uno dei tanti tratti distintivi che più hanno attratto la mia attenzione su di lui. La metodicità con cui svolgeva il suo lavoro, ha quasi suscitato in me una simpatia per la polizia di tutto il mondo. Per non parlare dell’infinità di sigarette che fumava sia durante il suo lungo interrogatorio, che per tutta la serie. Fumatori e non hanno praticamente fumato con lui, ne sono sicuro. E i ritagli animati che faceva dalle lattine di birra?

La personalità schiva, intellettualmente superiore a quella del suo collega Hart, ha fatto sì che venisse fuori un personaggio fuori dagli schemi di ogni genere, religiosi in primis.

Nonostante nell’ultimo periodo spopoli l’utilizzo sempre più inappropriato di numerose citazioni di Nietzsche — dal video di Lenny Kravitz a quello di Madonna — in True Detective si può respirare quello che il filosofo tedesco aveva ripreso dai greci, ovvero la teoria dell’eterno ritorno. Per tutti coloro che nutrono un minimo interesse nell’autore di Così Parlò Zarathustra, questa serie lo vede come uno dei protagonisti fermi dietro la macchina da presa. Non c’è, non compare, non fa alcun ingresso trionfale, ma parte della sua opera si presenta e ripresenta a più riprese per tutta la serie. Tanto di cappello al nostro caro Nic Pizzolatto — nonostante le varie accuse di plagio.

Quelli che ho visto per tutti gli otto episodi che compongono la prima serie sono due personaggi che si mostrano in due momenti differenti della loro vita. Da un lato c’è il 1995, dall’altro invece il 2012. Gli avvenimenti si rincorrono tra loro fino a giungere al momento tanto atteso in cui si scopre chi c’è dietro a quella serie di omicidi.

In tutto questo, a far da teatro, c’è la Lousiana più paludosa e superstiziosa che possa mai venir fuori. Posso dire che mi è sembrato quasi di esser lì, in quelle immagini che scorrevano sullo schermo, e di fare la conoscenza di un posto che da sempre avevo sottovalutavo.

Ho praticamente perso la testa per tutti questi fattori che ora si vanno sommando: la trama, le sfumature dei personaggi, i colori dei luoghi, gli usi e i costumi di un posto che affascina chiunque, volente o nolente.

Dopo aver letto che True Detective sarà una serie antologica (le varie stagioni non avranno nulla in comune tra loro, nessun filo conduttore), temo solo un piccolo inconveniente: Nic Pizzolatto, e tutta la sua crew, sarà all’altezza delle aspettative che risiedono nella futura seconda stagione?

A guardare il cast sono rimasto un po’ deluso, inutile negarlo ancora.

Suvvia! Tutto sommato spero di innamorarmi della California — e sopratutto di Colin Farrell, dato che a prima vista non mi fa impazzire — più di quanto lo sia ora.

Se non avete ancora visto la prima stagione, questo trailer vi stuzzicherà il giusto interesse e vi farà correre davanti allo schermo del vostro televisore/pc.

Non mi resta che augurarvi buona visione.

P.S. La McMusa ha visitato per davvero gran parte dei set. Qui trovate il suo reportage.

Michele Nenna

 

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