All posts tagged: racconti

A Christmas Carol

Ma voi ve lo ricordate A Christmas Carol? Il Canto di Natale? L’ho ripreso in mano oggi che è solstizio di inverno. No solo così, perché mi era venuto in mente. In realtà mi era venuto in mente Morloch. (E stavolta, lo so, solo i miei coetanei sopravvissuti a un’infanzia anni ’80 potranno capire il senso di questa parola) Dicevo il Solstizio. L’ora più buia. Il giorno più breve dell’anno. La morte del Sole e sua, conseguente, Rinascita.  Sono sempre stata legata a questo momento particolare. C’è nell’aria questa luce pazzesca, greve e splendente come una minaccia. Una luce da fine del mondo.  Ma il tempo, lo sappiamo, è una roba ciclica. L’eterno ritorno delle stagioni. E trovo curioso che l’inizio dell’inverno coincida con la rinascita del sole. Quel sole vincitore che si festeggiava prima dell’istituzione, tutta cristiana, del natale.   Noi di Casa di Ringhiera ci concediamo qualche giorno di riposo, prima di tornare a nuova luce. Una specie di piccolo letargo, lungo appena la durata di queste feste natalizie. Sverniamo tra un panettone un pandoro …

Disfattismo remoto

Vuoi vedere la  prigione che ho costruito con i bastoncini dei ghiaccioli? ( Jonathan Franzen, Le correzioni) La prigione Mi sono scordata il mio nome e sono diventata solo presente. Ho mattini automatici che prevedono gambe che trovano forza da sole, mani che smorzano fornelli, maniglie che si schiudono per inseguire la porta del bagno. I miei mattini hanno calzature e acqua ghiacciata, con il rimbombo dei pensieri soffusi dei fili d’erba bagnati di nebbia. Le azioni hanno vinto anche con me, che adoravo poltrire in quell’odore ancora serrato di sogni e streghe anestetizzate con sonniferi scaduti. Ho sotterrato gli stati stati d’animo, quelli angosciosi che si possono avere solo dopo la lettura di Visions of Gerard di Kerouac, quelli che trovavano conforto solo al buio del portico, con la schiena appoggiata alle cortecce. Ora preferisco ricordare tutti i palazzi accesi di luci gialle verso sera, le pesche sbrodolate sui gomiti e i miei modi sghembi. Posso sempre vaneggiare sui crateri della luna, sui cosmonauti con le stigmate. Però sono attratta dagli stessi giardini con abitazioni di …

“L’OSPITE D’ONORE” di Joy Williams

Joy Williams, L'ospite d'Onore

«Aveva dei pensieri ma non li pensava. […] Domani, pensò. Meglio non dire niente di notte. Di notte le parole sono belve feroci.»  L’OSPITE D’ONORE è una voluminosa raccolta di racconti della scrittrice americana Joy Williams pubblicati per la prima volta in Italia dalle Edizioni Black Coffee, traduzione di Sara Reggiani e Leonardo Taiuti. La giovane e coraggiosa casa editrice fiorentina si dedica esclusivamente alla narrativa nordamericana contemporanea con autori tutti da scoprire. Joy Williams, classe 1944, già apprezzata da Raymond Carver, Don Delillo e Bret Easton Ellis, è stata consacrata da alcuni critici come l’erede letteraria di Anton Čechov e Flannery O’Connor. Con queste premesse, e con l’entusiasmo di molti lettori italiani, era una scoperta da non perdere, e io non l’ho persa. I racconti della Williams sono dirompenti, lo stile è lapidario e la narrazione scorre senza nessun abbellimento. La parola si fa storia e le storie, spesso crudeli, sono un’arma tra le mani dalla scrittrice. Chi entra in queste pagine scoprirà un’umanità alla deriva consapevole che non esiste salvezza o resurrezione. Nessun personaggio …

A quiet life

Cara Casadiringhiera, è mezzanotte circa e sono un tutt’uno con il divano del mio soggiorno. La mano sinistra sulla pancia. La destra invece è senza forza alcuna, poggiata sul cuscino di fianco a me. Cinge il telecomando. È una notte complicata. Tumultuosa. Non ho voglia di dormire e darei fino all’ultimo dei pochi euro che ho nel portafogli, per evitare di chiudere gli occhi. Sono fortunato, cara Casadiringhiera. Su Rai 4 sta iniziando un film. Un film che non conosco. Un film che però mi cattura già dal primo fotogramma. È la storia di Rosario, pentito di camorra, scappato in anonimato in Germania. Rosario ama il silenzio. Soprattutto quello della foresta nella quale vive e gestisce un ristorante-albergo. La sua quiete ed i suoi silenzi mi rapiscono. Mi spengono tanto che ad un certo punto le mie orecchie odono i suoni provenienti dalla tv, in maniera ovattata. Come se il rumore degli altoparlanti fosse mediato dal silenzio dell’appartamento nel quale mi trovo, sommato ai silenzi della foresta di Rosario. Lo stacco pubblicitario che arriva a …

Grigio notte

È quasi notte e piove. Piove sempre in questa città grigia che non è la mia. E ho sbagliato scarpe, me ne accorgo solo adesso che sento l’umidità salirmi su per tutto il corpo. Aspetto il tram, l’ultima corsa. Una serata fuori, con le solite persone, con le scarpe sbagliate e piove. Mentre aspetto mi accendo una sigaretta, che a quest’ora è sempre l’ultima rimasta nel pacchetto. Osservo le goccioline d’acqua scendere sul plexiglas della pensilina, su una pubblicità sbiadita di non so che cosa e su una scritta lasciata da qualcuno, che si intravede appena, il silenzio c’è. Sorrido, è come “Dio c’è”, penso. Ecco arriva il tram, mi piove sulla testa quando salgo, l’autista borbotta qualcosa su questo tempo “che non perdona”, annuisco e mi siedo. Tram vuoto e autista assonnato. Qualche fermata dopo, sale un altro viaggiatore, in questa notte grigia e senza scampo. Resta in piedi, il Viaggiatore, e incrociamo lo sguardo, inevitabilmente. Lui ha gli occhi grigi, mi sembrano grigi, in questa notte infinita e senza colore. È un attimo, solo un interminabile momento. …

La casa sul faro

Foto di Sara Mignogna Eppure sembrava tutto così maledettamente vero. Intere giornate di pioggia buttati nel letto a disquisire sul futuro, a progettare la casa sullo scoglio vicino al faro così, dicevi, prima o poi una sera avremmo potuto assistere a qualche salvataggio di navi e dare soccorso ai naviganti offrendogli un tè fumante, il nostro preferito. Viaggi programmati alla perfezione: un anno una meta scelta da te e quello successivo da me. Estati, invece, da trascorrere in casa. Tanto il mare lo avevamo già! Ma è arrivato l’ennesimo inverno e continuo a restare solo io nella resa di un’assenza che è ancora mistero e nostalgia, e le tue tante, innumerevoli, inconcludenti parole. Testo e foto di Sara Mignogna

Il fantasma di Dubravka — Cap. IV

Alex stava aspettando Maria per la cena. Erano ormai due mesi che convivevano e sin dall’inizio lui si era preso la briga di farle trovare la cena pronta ogni sera. E la cena era stata preparata con cura, data la particolare ricorrenza. Dovevano festeggiare, il loro amore era decollato negli ultimi mesi e le cose stavano andando a gonfie vele. Alex non se lo sarebbe mai aspettato: dopo la rottura con Milena cinque anni prima, aveva cominciato a pensare che forse non avrebbe mai più trovato una persona da amare, una persona che potesse stare così a lungo con lui, un persona con cui condividere almeno un tragitto d’esistenza o, chissà, magari tutta la vita. Era felice Alex. Maria era così simile a lui, ma al contempo così diversa. Si sentiva finalmente compreso ma anche arricchito da una donna che, con la sua dolcezza e la sue pazienza, compensava gli aspetti più bruschi e irrazionali che spesso egli stesso si rimproverava. Aveva cucinato un arrosto con patate che già emanava un profumino estasiante e sedeva …

La montagna ti ha scoperto.

di William Dollace Hai scoperto la montagna. Scoperchiato metri di altitudine, vigilato sulle rocce, oltrepassato le ringhiere di legno. Le mucche, le capre, ti guardano con beata indifferenza. Sei un passante, non un colpo vincente, per loro. Hai scoperto la montagna e la montagna ha scoperchiato te. Lassù dubbi, paure, preoccupazioni, intrusioni, scompaiono a vista d’occhio, insegnandoti l’umiltà, il capo chino e poi aperto a un cielo a cielo aperto, insegnandoti a seguire il sentiero, a salutare chi incroci, un codice di educazione che trovi ormai soltanto lì, fra le rocce, sulla polvere e fra i rododendri. Hai fissato il mare, ma una volta entrato in acqua, ti sei bagnato di pensieri, ti sei asciugato al sole, sporcato di sabbia e crema, il mare è rimasto, l’abbronzatura se n’è andata. Invece in montagna, hai fissato i sassi da tremila metri, le croci in cima a sancire non solo la cima, ma l’inizio della via del ritorno, annusato il legno invecchiato dei tavoli all’aperto, rimodellato zone di silenzio e di caccia ai simboli, ti sei informato sulle …

Relazioni e automatismi: Alberto Moravia va in scena

Alberto Moravia, simbolo indiscusso della letteratura romana, figura di spicco che seppe coniugare il romanzo italiano, oltre all’opera di Italo Svevo, con i risvolti della psicoanalisi e le sue lunghe diatribe — interne ed esterne. Moravia, lo scrittore che a ventidue anni diede alle stampe il suo celebre Gli Indifferenti (1929), scuotendo i lettori per via della narrazione così complessa, tanto da far suscitare qualche dubbio sulla sua vera età. Moravia, lo scrittore che in un’intervista di qualche anno fa Dacia Maraini definì il vero padre dell’esistenzialismo, ideologia filosofica elaborata da Jean Paul Sartre nel corso dei suoi lavori e venuta fuori dal romanzo La Nausea (1938). Biografie e meriti si scontrano come meglio possono, secondo le loro tesi migliori, fino a fortificare le vite di autori là dove le loro opere sembrano non riuscire a intensificare ulteriormente le fondamenta sparse per i loro libri. Quello che ho avuto modo di incrociare tra le pagine de L’Automa (Bompiani, 1962) è un Moravia che mette al centro della sua narrativa il terreno fragile su cui si erigono i …

Le tette e la Grande Guerra

di William Dollace Questa domenica sul Monte Stino che capitombola sul Lago di Idro sono stato a visitare le gallerie e gli appostamenti dei cannoni e delle sentinelle dei nostri soldati nella Grande Guerra. Che dire. Le bandiere, le scritte, il silenzio, la maestosità e l’altitudine del luogo hanno sempre un effetto rimembrante su di me, quasi come rebloggare in modo distantaneo su Tumblr. Lo so, che vi sembrerà osceno, questo accostamento fra il digitale alieno e il concreto storico intriso di analogica memoria, ma tant’è, è così. E allora il verde portentoso raccoglie e scopre margherite improvvise, alberi informicati, panchine, e un rifugio imbottito di una Radler magnifica della Dreher. In cima ho fumato un Partagas. Ok, non facciamo pubblicità qui, ma quel che è giusto è giusto. In realtà questo scritto voleva essere serio, un memoriale, un reportage storico di trincea, e si è trasformato in un salto di tappo fra erba e bandiere e cenere sparata al vento. Ho fatto un video e tante foto. Ho raccolto silenzi. Ho disattivato notifiche e intrusioni. …