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Racconti di Ringhiera

Senza tempo

Sono quasi le sette del mattino e la serranda del caffè viene tirata su lentamente. Nino non ha mai avuto fretta, né in mattinata, né durante tutta la sua vita. Saluta qualche conoscente che si dirige al lavoro, fa il solito cenno con la testa che gli dà un’aria spensierata ed entra nel suo bar ancora vuoto, col pavimento un po’ da spazzare e pieno di ricordi, che presto si riempirà.
Non è un posto bellissimo, ma chi lo frequenta sa che è speciale, sia quelli che ci passano tutti i giorni, sia coloro che ci finiscono assetati per sbaglio in un mercoledì qualunque. Nino ha la straordinaria capacità di godersi la vita. Di conseguenza, chi gli sta attorno comincia a pensare irrimediabilmente a quanto la propria esistenza necessiti di un cambiamento. Ma questo Nino non lo sa.

Nelle pause gli piace stare sull’uscio del locale e guardare con le braccia conserte: assapora la gente perché ama i particolari e i dettagli che passano indifferenti. Si crea bellissimi quadri nella mente e li appende un po’storti qua e là.

Per esempio, l’altro giorno c’era questa coppia un po’ impacciata, probabilmente stavano insieme da poco, e nessuno dei due sembrava a suo agio in quelle sedie di legno. Troppo basse? Troppo scomode? O forse era colpa del tavolino traballante? Non si sa, ma quel che è certo è che non sapevano dove mettere le mani, dove appoggiare le braccia, dove posare gli occhi o se avvicinarsi allo schienale. Lui ogni tanto le guardava la scollatura, lei lo sapeva ma non faceva nulla. Bastava questo a farlo sorridere.

Di fianco a loro c’è Pietro che legge, nipote del fruttivendolo, un giovane molto silenzioso con gli occhi scuri per cui tutte le donne vanno pazze, nessuna viene però ricambiata perché Pietro ha in testa solo i libri. Certo, pensa alle donne e al sesso, ma questo per ora lo trova interessante solo nelle pagine. Mentre le sfoglia ogni tanto si sistema gli occhiali con l’indice destro, beve un sorso di caffè ormai freddo, incrocia le gambe sotto la sedia e riprende a leggere. Lo sguardo però lo alza spesso, viene distratto dai movimenti delle persone, dai loro profumi, dagli schiamazzi incontrollati. Sotto sotto è piacevole, incantarsi ad osservare, lasciarsi distrarre in questo modo, ha persino notato una ragazza che beve dalla tazzina nel suo stesso modo: nessuno dei due la solleva dal manico. Secondo Nino diventerà filosofo.

Dell’altra sera ricorda invece un uomo e una donna sulla trentina, che seduti l’uno di fronte all’altro parlavano, molto poco. Si scrutavano tantissimo. Lei aveva un tic strano, si toccava continuamente l’orecchino percorrendo con i polpastrelli il lobo delicato, lui avrebbe tanto voluto sistemarle quel ciuffo di capelli ribelli dietro l’orecchio. Difficile dire se erano una coppia, di sicuro si amavano da tanto. Queste cose forse non vanno di pari passo. Comunque servì loro due bicchieri di rosso, sembravano a loro agio, le sedie erano perfette, il tavolino all’altezza giusta e le candele interrompevano il buio fresco e delicato dell’estate e si riflettevano nei loro occhi luccicanti. C’era un bel cielo blu scuro, l’aria sapeva di limone. Alla fine lui le disse in modo dolce: «ti accompagno». Il dove non lo specificò, ma sicuramente sarà stato un cammino lungo il filo delle loro vite lontane.

Poi c’è la signora del tè verde. Ordina sempre quello perché per lei è un ritaglio a forma di serenità. Quando le arriva la tazza bianca fumante la racchiude fra le dita ossute e piene di anelli, apre una bustina di zucchero e ne versa giusto qualche granello, una quantità minima. Parla molto e attacca bottone appena può. Ai bambini fa un po’ paura perché ha una grossa cicatrice sulla guancia, ma di quello non racconta mai, trascina con sé il mistero di un passato che nessuno sa. L’unica certezza è che da giovane doveva essere davvero affascinante, con quegli zigomi pronunciati, gli occhi color ghiaccio e la pelle liscia ormai piena di rughe. Assomiglia alla tristezza.

Nino è innamorato di lei, ma non lo ha mai capito.

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