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Promised Land: Gus Van Sant, Dave Eggers e Wendell Berry

Arriva un momento, nella vita di tutti, in cui si presenta dal nulla un legame incredibile con quello che hai sempre maledetto. Un oggetto, una casa, un città. Il sentimento si rafforza giorno dopo giorno e la realtà cambia drasticamente. Si avvia una lotta continua nel segno del giusto riconoscimento, affidando un valore sempre rincorso da quella bicicletta che hai odiato sin da quando eri bambino perché non aveva il cambio Shimano. Pur essendo in uno stato decadente, prende il via un processo di rivalutazione, con tanto di cura nei particolari. Rivernici il telaio, cambi le ruote e sistemi un nuovo impianto frenante. Quella che vedi davanti ai tuoi occhi è la bicicletta che era di tuo nonno finalmente messa in sesto. È rimasta abbandonata per un sacco di anni, poi è scattato qualcosa. Nella tua mente si ripropongono le parole a cui non avevi mai dato ascolto, fino al giorno in cui hai capito che quella bicicletta era minacciata da qualcosa di inaspettato. Ti è bastato vederla lì posata sul muro della cantina per capire quanto sia fondamentale il suo ruolo nella tua vita.

Questa, a grandi linee — molto, ma molto grandi — è la storia di Promised Land (2012), film di Gus Van Sant incentrato sulle tematiche ambientaliste statunitensi, uscito in Italia nel febbraio del 2013. Il protagonista è Steve Butler — interpretato da Matt Demon –, rappresentante di una delle più grandi società americane di estrazione di gas naturale dal sottosuolo (fracking). Con la sua collega Sue viaggia per numerose comunità agricole, ottenendo una lunga serie di risultati positivi: riesce a piazzare anche nei luoghi più disparati le enormi trivelle, tutto merito della sua capacità nell’aggirare un cliente sempre più disperato che vive lontano dal trambusto delle grandi metropoli. Steve riesce a intromettersi nelle comunità agricole senza creare grossi disguidi. Assorbe tutta la voglia di riscatto che nutrono gli agricoltori per poi incanalarla in contratti da firmare. È un raggiro che vale milioni di dollari, tutto a discapito dei contraenti. Le trivellazioni di gas naturale hanno degli effetti collaterali che depredano le risorse della terra in cambio di un’enorme montagna di denaro. Ciò che rimane ai proprietari degli ettari ceduti sono solo malattie e equilibrio ecologico stravolto.

In Promised Land tutto procede secondo i piani di Steve — e della società per cui lavora — fino a quando un vecchio professore di scienze non prende la parola durante un’assemblea con alcuni politici della zona. Frank Yates — interpretato da Hal Holbrook — solleva tutta una serie di domande proprio sugli effetti collaterali denunciati attraverso vari canali da numerose associazioni ambientaliste. Frank diviene così portavoce della salvaguardia di un luogo che nel suo profondo non vuole affatto cedere alle lusinghe di una grossa società quotata in borsa. L’importanza della terra, dell’agricoltura, e della salute di tutti i cittadini iniziano a far da contraltare alle meraviglie narrate da un rappresentante messo sempre più in dubbio. La forza di uno si diffonde tra la gente, dando vita ad una fusione che coinvolge parte di una cittadina eretta su valori che sono in netto contrasto con quelli mostrati dal giovane Steve. Si metterà su un referendum per far decidere alla popolazione come avanzare con le proposte perpetuate dalla società. Nel frattempo Steve si innamora di una giovane professoressa, entrando a contatto con molti dei retroscena che vivono per le strade dell’intera comunità.

Nonostante i risvolti sempre più accesi tra le due fazioni, Steve farà dietrofront nel momento in cui verrà a conoscenza del gioco losco messo su dalla società per cui lavora, chiamandosi fuori una volta per tutte. È la vittoria finale di un film che descrive attentamente tutte le dinamiche che investono realtà agricole come quella di McKinley. L’America rurale, verde e ricca di campi coltivati su entrambi i lati della strada è lo scenario in cui Gus Van Sant ambienta questa storia uscita dalla penna di Dave Eggers — coinvolto diverse volte nel mondo del cinema. La stessa America che viene puntualmente soggiogata dalla potenza del mercato finanziario, pronto a combattere con tutti i mezzi gli ostacoli che si presentano lungo il suo cammino — e l’ingresso in scena di Dustin ne è la prova tangibile di quanto siano in grado di spingersi oltre.

La vera offensiva alla realizzazione delle trivelle è impersonata da Frank. Questo professore di scienze sembra ricalcare l’impegno ambientalista della scrittore Wendell Berry non solo nell’ideologia, ma anche nell’aspetto fisico. Una figura, quella del vecchio e saggio uomo di campagna, che non smette di splendere di luce propria nel momento in cui la minaccia si fa insistente. Una voce che non cessa di parlare — e per fortuna — guidando le coscienze del resto dei cittadini non nella direzione della verità, ma in quella del dubbio. Promised Land, in tutte le sue sfumature di significato, sembra celebrare la libertà di poter dubitare dinanzi alle certezze. Il cammino della grossa società finanziaria si arresta proprio quando una classica vocina da uomo anziano si stacca dal coro e espone la sua posizione. Non importa nulla se quel dubitare si trasforma in forza motrice che conduce dritta alla verità. In conclusione, ciò che resta al termine di questo duello tra buoni e cattivi è l’aver consentito all’altro di godere del dubbio.

Tornando all’aspetto della lotta ambientalista, mai come in questi tempi è necessaria la forza riflessiva di un film come Promised Landnonostante sia uscito nelle sale tre anni fa. È la stessa contemporaneità che avvolge il dibattito su cui si fonda parte dell’opera di Wendell Berry: le sue poesie, i suoi romanzi, i suoi saggi, sono chiarissime avvisaglie di quello che ruota attorno all’ambiente e alla linfa vitale che in esso scorre. Ripartire dalla terra per ridare alla vita la sua destinazione. Il film si fa veicolo perfetto per la trasmissione di questo messaggio. Steve, prima del referendum, parla alla platea della fattoria di suo nonno. Nelle sue parole c’è tutto il dispiacere di non aver colto dapprima l’importanza di quel fienile dipinto di rosso. Un po’ come la riscoperta di quella bicicletta che avevi in cantina: non te ne accorgi del suo valore fino a quando non minacciano di togliertela per sempre.

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