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Prendila così: il declino di un’attrice qualunque

Dietro a Prendila così di Joan Didion (Il Saggiatore, traduzione di Adriana Dell’Orto, 2014) aleggia lo spettro della discesa repentina verso l’oblio che accomuna tutti coloro che hanno fallito nella grande impresa dello star system hollywoodiano. Inoltre, ad aumentare il tiro della sconfitta, c’è tutta una serie di particolari che ruotano come satelliti impazziti attorno la vita della protagonista.

Maria Wyeth ha al suo attivo ben due film. Il suo attuale marito è Carter, un produttore cinematografico abbastanza famoso che non perde tempo in unitili giri di parole pur di tirarla fuori dalla situazione precaria in cui si è cacciata. La loro figlia Kate è rinchiusa in una struttura psichiatrica, soggetta alle peggiori “cure” che a quel tempo si somministravano ai pazienti affetti da problemi psichici.

Non parlo di Kate con nessuno, qui. Nel posto dove si trova Kate le piazzano elettrodi sulla testa e aghi nella spina dorsale e cercano di scoprire cos’è che è andato storto. (Pag. 8)

Il rimanere vittima del successo, e di una vita condotta sul filo del rasoio, portano la stessa Maria ad entrare in una clinica psichiatrica per adulti. Il romanzo prende il via proprio dal consiglio che la protagonista riceve: scrivere degli avvenimenti che più hanno caratterizzato la propria esistenza fino a quel momento.

Joan Didion in uno scatto del 1977.

Inizia così una narrazione spietata e pungente allo stesso tempo. Lo stile della Didion si fa traghettatore di avvenimenti e sensazioni che conducono il lettore alla conoscenza di un mondo fatto di alti e bassi. La frequenza con cui alcuni punti decretano il ritmo incalzante del romanzo può sembrare disorientante. Il linguaggio appare in un primo momento semplice, ma subito ci si accorge di quanto spessore nascondano, ad esempio, i brevi capitoli composti da poche righe. L’alternanza tra semplicità e complessità nella costruzione narrativa è un segno distintivo di tutta l’opera.

Al centro del romanzo c’è il declino da un lato, ma allo stesso tempo una voglia abbastanza celata di riprendere in mano le sorti della propria vita ormai fatta di corse in auto e assunzione di barbiturici a volontà. Le case lussuose e le camere dei motel isolati a molti chilometri di distanza della città, si susseguono scandendo il tempo idoneo che rende giustizia alla narrazione che la Didion sceglie di attuare. La depressione della protagonista è forte, una di quelle forme quasi tangibili tanto da sentire nell’aria quel odore psichico stantio che abita le pagine del romanzo.

Storie di amori segreti, vissuti di nascosto lontano dalla luce del sole, nascono e muoiono brevemente per dar vita a nuove unioni, ripetendo il nastro all’infinito. La libertà che si respira è appannaggio di un qualcosa di molto più profondo, ovvero di una fuga costante dalla realtà che sempre più appare tosta da assaporare. La forza di Maria — come si legge sin dalle prima pagine — è racchiusa nella volontà di tirar fuori sua figlia da quella clinica, costi quel che costi, ma le nobili intenzioni non sempre vengono premiate.

Un divorzio, un aborto e una serie di circostanze a cui risulta difficile sormontare, faranno sì che Maria scivoli lungo l’abisso del nulla.

«Ti offro un’ultima possibilità» disse Carter, quando la vide seduta accanto alla finestra. «Dimmi che cosa vuoi.»

«Niente.»

«Voglio aiutarti. Dimmi che cosa provi.»

Lei guardò la mano che lui le tendeva. «Niente» disse.

«Ripetilo e giura su Dio…»

Lei si strinse nelle spalle. Lui lasciò il motel.

Mancavano ancora tre giorni alla fine delle riprese nel deserto. (Pagg. 163–164)

Prendila così è il secondo romanzo di Joan Didion. Fu pubblicato negli Stati Uniti nel 1970 e tradotto in Italia da Bompiani nel 1978. In questi ultimi anni sia Il Saggiatore che Edizioni E/O stanno ripubblicando le opere narrative e saggistiche della prolifica scrittrice americana. Inutile ricordare l’importanza della sua penna. La sua scrittura è uno dei contributi — tra il giornalismo e la narrativa — più celebrati nella letteratura statunitense.

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