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Nothing but the night – John Williams

«E intorno ai suoi occhi, che erano profondi e scuri, luccicavano degli strani bagliori»

John E. Williams

Nulla, solo la notte.

Nient’altro che il calore tiepido delle luci dietro le imposte quando la sera scende.

Niente più di qualche onda sulla battigia di settembre. Un aquilone colorato che spicca il volo e precipita lento, maestosamente.

Ci stupiamo della fine, come stupidi. Dovremmo stupirci di quando, tutto, sia cominciato.

Nulla, solo la notte è il primo romanzo di John Edward Williams, che di certo tutti conoscono per Stoner, ma che pochi ricordano per quest’opera. È un peccato che nessuno se la sia filata più di tanto, ed è bene – anche prima di continuare con quello che ho da dire – che la inseriate nella vostra lista dei libri da leggere, se ne avete una, che vi appuntiate il titolo sopra un pezzo di carta, tra le pagine della vostra agenda, sul blocco note del vostro smartphone.

C’è la storia di questo ragazzo che ce l’ha un po’ con tutti, ma prima con se stesso, in un’America dipinta in bianco e nero come quella delle fotografie di Regina Schmeken, in particolare una: New York Skyline, del 1981.

Nothing but the night – John Williams
© Regina Schmeken, New York Skyline, 1981

C’è la mia voglia di scrivere, in questa domenica – sempre la domenica, lenta, interminabile – pomeriggio d’autunno, un autunno appena giunto, col suo passo silenzioso e morbido, esitante. Ci sono ferite, tragedie. La voglia di ritornare su qualcosa iniziata tempo fa e scriverne la fine che si merita. Aggiungere un pezzo, sistemare le parole qua e là, mettere una virgola, qualche parentesi, ampliare periodi e farli diventare varchi spaziali.

In sospeso è rimasta la vita di un giovane uomo impegnato a leccarsi le ferite e incazzato col mondo. La sua esistenza che potrebbe essere anche la nostra (e lo so che lo dico spesso, ma con le buone storie si finisce sempre così), noi umani che nella letteratura ci identifichiamo, mentre a sua volta, questa, per ricambiare il favore, ci salva.

«Padre nostro che sei nei cieli, dacci qualcosa da fare stamattina. Una passeggiata nel parco.»

John E. Williams

 

Consideriamo l’anima di Arthur Maxley, «sporca e disordinata» che abita il corpo di un alcolizzato depresso che a sua volta vive in una San Francisco stracolma di luci, feste e nevrosi. L’angoscia lo attanaglia, non gli piace il mattino, ha qualcosa di osceno, dice. Non gli piacciono le passeggiate nel parco, benché si promette di farne una ogni giorno, e non gli piace la parola padre. La detesta, perché detesta suo padre.

Il tutto è raccontato con un linguaggio carico di afflati filosofici, elementi onirici, note stranianti e puro lirismo. Il romanzo – scritto da un Williams ventenne – si apre con il protagonista estraniato e confuso che si sveglia da un sogno e ricorda. Ricordare, però, non conviene, in quanto questo processo apre voragini pericolose, anfratti bui nei quali si nascondono animali feroci: i nostri incubi, le nostre paranoie, le più intime paure. Arthur convive con questo genere di cose, l’alienazione e la solitudine lo abbagliano e lui diventa quasi trasparente, quasi invisibile.

Nothing but the night – John Williams

«Per quelle persone egli era un rumore privo di significato, un’esplosione senza conseguenze».

Le tenebre lo avvolgono sin dall’inizio e l’oscurità lo avvilupperà nel suo manto morbido, anche alla fine. Questo rispecchia molto, in un certo senso, quello che eravamo prima di venire al mondo, il luogo in cui ci trovavamo, un posto senza luce, appunto. Per lo meno credo sia questa la sensazione di un feto nel ventre della madre, anche se non ne sono sicura e la scienza, per ora, non aiuta. La confusione e lo straniamento di chi frequenta l’universo mondano delle feste americane, dove la folla ti inghiotte e ti soffia addosso «le parole insieme al fumo del sigaro e all’aroma delicato di gin e vermouth». Dove tu non vali niente, o meglio, vali solo in quanto parte del complesso, l’individualismo muore tra voci e musiche, in misere e stranianti atmosfere.

All’inizio della storia, Arthur Maxley è semplicemente il sognatore che si aggira confuso e in preda al panico tra stanze affollate, dove ogni atomo è scosso da qualche agitazione interna, dove inquietudini e tormenti prendono forma e diventano corpi tra i corpi. «Vi fu una grande esplosione di luce accecante, cui seguì un vuoto impenetrabile di tenebre; poi dalle tenebre, fortemente amplificata, gli giunse la voce della folla».

Quando la festa finisce arriva il mattino, ma il mattino non è la soluzione, perché i demoni di Arthur non abitano unicamente la notte, ma la sua esistenza. Il rapporto col padre è burrascoso, i ricordi dell’infanzia troppo violenti da sopportare, le sue giornate vuote.

È in questo modo che viviamo, a volte le giornate ci attraversano, altre volte ne prendiamo il controllo e siamo noi ad attraversarle. Entrambe le cose si susseguono in questo grande e complesso sistema che chiamiamo vita, abitato da giorni, da effimeri presenti, da futuri che si presentano come abbagli e da ricordi. I ricordi, in Williams, sono elementi fondamentali, costituiscono una delle colonne portanti del romanzo, nella forma di languide nostalgie, di rimpianti per un tempo che non c’è più.

«“Ecco qual è il momento più bello della vita”, pensò, “il tempo perduto. Il tempo dell’estate, quando le foglie degli alberi s’intrecciano nella luce iridescente del sole”.»

 

È un romanzo intenso, metaforico; si dipana in un intervallo definito e breve, dove gli eventi si susseguono in fretta, ma dove si trovano anche ampi margini per l’autoriflessione, camere scure dove il flusso del mondo si ferma e dove prende vita, come un animale mitico, il tempo interiore.

Nothing but the night – John Williams
John Edward Williams

La vita è un abbaglio, dall’inizio alla fine. È un sentiero scosceso dove camminiamo come sognatori, sperduti, senza indicazioni precise, né chiari appigli.

E alla fine, come sognatori che si rispettino, ci riaddormentiamo, dopo aver aperto gli occhi per un po’, dopo aver sperimentato, camminato abbastanza, partecipato a feste, bevuto troppo. Solo in quel momento, le tenebre, che ci avevano accolti in precedenza, troveranno ancora un posto per noi, nel loro grande spazio vuoto e dolce.

__ «Perse consapevolezza del suo corpo. Divenne puro pensiero e pura riflessione, un’energia disincantata che galleggiava in uno spazio cieco.» __

Fine.

© Iole Cianciosi