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Nevrosi Ikea

Avrei dovuto scrivere un pezzo di attualità — che parolone — ma sono finito in una casa diversa da quelle che frequento di solito. Trascorrere metà della giornata lontano dalla mia, per me che sono un abituale sedentario che alterna periodi di stasi cronica a sconclusionati momenti di euforica tranquillità, mette addosso una strana sensazione di inadeguatezza. Tutto il resto sembra passarmi davanti agli occhi seguendo il solito ritmo indecente.

In conclusione sono finito dietro una scrivania a sfogliare l’ultimo catalogo Ikea, quello da consegnare una volta giunti alle casse nell’apposito spazio. Beh, qualcuno l’ha praticamente rubato, altro che dimenticato in borsa. Il logo e l’immagine di copertina sono di colore verde, soggette alla gradazione delle varie tonalità presenti nella palette di riferimento. La scelta di questo layout sembra molto ricalcare le onde della moda del biologico, del concetto del più-naturale-possibile, del più-naturale-di-così-si-muore. La sorte del verde, un colore che si è visto associato, senza essere mai interpellato, ad una filosofia — se così vogliamo definirla — piuttosto che ad una strategia di marketing. Tutto sommato quelli di Ikea non avrebbero alcun bisogno di rincarare la dose. La Svezia, con tutta la Scandinavia — isole comprese –, è uno di quei paesi dove le politiche che fanno riferimento ad una certa etica ecologica, a quell’idea di natura che tanto ricerchiamo noi sud europei, sono sempre state prese come fonti di ispirazione per progetti di recupero e riutilizzo di spazi dimenticati.

Tornando a quelle pagine, è il solito catalogo, si potrà obiettare. Sono d’accordo, d’altronde stiamo parlando pur sempre di un colosso dell’arredamento di interni, per di più uno di quelli che ha fondato la sua community sul fattore dell’economicità del prodotto prima, e del packaging ristretto nelle sue dimensioni dopo — per non parlare del fenomeno Billy. Da buon collezionista dell’ultima ora, due anni fa decisi di custodire gelosamente tutti i cataloghi Ikea di qui alla fine dei miei giorni — o al fallimento del brand. Romanticismo a parte, interpreto in questo mio gesto una voglia di impossessarmi di uno dei pochi fenomeni pop a cui rivolgo la mia attenzione con interesse. Non saranno di certo questa alta espressione del design mondiale, ma tra qualche anno potrò constatare come lo stile Ikea sia mutato nel tempo, tirando così le somme sulle contaminazioni nordiche presenti nelle nostre case ad un passo dalle maioliche marocchine.

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Al suo interno possiamo trovare mille cose, indipendentemente dal loro reale grado di utilità. Banalità, prodotti poco originali e diversi articoli in saldo, ma ogni volta c’è la solita curiosità che ci pervade fino a condurci all’ultima pagina, quella dove finiscono il listino prezzi per trasporto e montaggio e le promozioni dell’area ristoro, con tanto di menù per tutti i palati. Pagina dopo pagina, i complementi d’arredo si susseguono secondo le rispettive sezioni, a volte con qualche ripescaggio che ti consente di fissare pregi e difetti di un prodotto qualsiasi. Stoviglie, biancheria da letto e articoli per il giardinaggio vanno per la migliore, a scapito dei loro paesi di provenienza e produzione.

Tra un mese ci sarà un nuovo catalogo e la mia curiosità guarda all’avvenimento di sottecchi. È lì dietro l’angolo e sa bene che non deve farsi beccare euforica dal primo che passa, soprattutto se questo indossa una camicia a strisce verticali gialle e blu. Nei tre cataloghi accatastati nella mia libreria, ho constatato un particolare che mi ha subito fatto riflettere sulle nostre case, ovvero la nevrosi che imperversa tra le lenzuola e le tavole imbandite dove ci finisce un po’ di tutto. Passiamo tutto il tempo ad elogiare la freddezza di alcune ambientazioni delle migliori serie TV, dei racconti minimalisti e delle fotografie tenui che scorriamo nella timeline di Instagram, ma qualcosa sembra non andare secondo i piani. Forse siamo capitati davanti a quella ipocrisia che mai ci saremmo aspettati di incontrare. Abituati da anni ad un immaginario nordico composto dal minimo indispensabile per arrivare alla fine della giornata, un immaginario che pondera tutto nei minimi particolari senza lasciare scampo a qualcosa che possa finire nell’abissale dimenticatoio dove tutto è inutilizzato.

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Quello dell’Ikea sembra un cambio di rotta che qualcuno, molto più esperto di me, riesce a collocare già in anni non sospetti. La strategia del colosso svedese si è gradualmente italianizzata, dando vita ad una commistione di stili che hanno lasciato la loro madre patria per virare verso nuovi orizzonti. La cultura della domus scandinava così come l’abbiamo conosciuta ha perso la sua intensità, la sua capacità di contaminare i gusti, passando da abile pratica condizionante ad offerta condizionata per resistere alle vertiginose discese del mercato. Come se l’arredamento Ikea avesse perso il suo fascino, costretto a lasciare il proprio terreno di gioco da clienti che hanno rivolto altrove i loro sguardi attenti, magari verso il particolare più cool del momento. Nel paese del Salone del Mobile, delle corse impazzite alla ricerca del complemento realizzato a mano da un vecchio falegname che lavora le sue tavole di legno esclusivamente con olio di gomito, questo cambio di scena era il minimo che potesse verificarsi, tant’è vero che la maggior parte degli interior designer consiglia sempre di arredare la propria casa secondo delle percentuali ben precise: relegare, se proprio non possiamo farne a meno, un 20% a Ikea, mentre il resto da tutt’altra parte, recuperando magari qualche vecchio armadio di famiglia, da ammodernare meticolosamente.

A quanto pare, il nostro stile di arredamento nevrotico e colmo di ogni genere di cianfrusaglie ha invaso territori fantastici. Le case degli svedesi restano degli svedesi, mentre le nostre si riempiono, ancora una volta, di tutto quello che vanifica l’arredamento svedese nonostante continui a professarsi tale. Saranno cambiamenti obbligatori, scelte incontrovertibili che destinano ai guadagni maggior volume. Io sono sempre dell’idea di continuare a collezionare cataloghi Ikea nonostante dello stile originario ci sia poco quanto niente. Ho un certo presentimento riguardo al nuovo colore del prossimo catalogo, ma mantengo le mie riserve — vorrei evitare giusto qualche brutta figura, dato che non sono affatto sicuro se in questo momento sia stata già pubblicata qualche preview sul sito web. Per il momento non mi resta che continuare a sfogliare questo catalogo dalla copertina verde, nella speranza che il prossimo sia meno scontato e più ricco dei suoi predecessori. A voi, invece, non resta che fare le valigie e partire per Älmhult. Ad attendervi ci sarà il primo museo Ikea.

Immagine in copertina di Håkan Dahlström

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