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Mistress America: restare in piedi nonostante le sconfitte

Da quando è cominciata questa storia del binge-watching non guardo più film. È proprio il formato delle serie TV ad aver scavalcato il cinema. Prima di questa ossessione per le serie, di sera preferivo scegliere un film, uno qualsiasi. Mi capitavano sottomano i capolavori di Woody Allen, o l’ultimo film di Soderbergh, oppure un titolo qualunque del cinema indipendente francese. Non mi ponevo dei limiti perché di film belli era pieno il fantastico e illegale mondo dei torrent.

Le serie TV mi avevano catapultata in una dimensione fatta di episodi più o meno brevi, e in aggiunta avevano il pregio di rappresentare mondi a sé. Poi un sabato, in mancanza di nuove stagioni che catturassero la mia attenzione — e complice la visione di un trailer che mi aveva attratta dopo un periodo di crisi con il cinema — mi sono imbattuta in Mistress America (2015), un film del regista Noah Baumbach, che racconta la storia di Tracy (Lola Kirke), una matricola appena approdata al college a New York, con la passione per la scrittura.

L’eroina eponima però non è Tracy, ma Brooke (Greta Gerwig), futura sorellastra della prima. Infatti la madre di Tracy sta per sposare il padre di Brooke. La storia del film diventa così il racconto che Tracy scriverà per il prestigioso club letterario del college, club a cui aspira anche Tony (Matthew Shear), l’amico per cui la ragazza ha una più o meno visibile cotta.

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Brooke ha all’incirca trent’anni e Tracy viene trascinata dal suo modo di fare brillante, quasi al limite dell’accelerato con picchi d’ansia e una questione da risolvere con una ex migliore amica che le ha rubato (in ordine) idea imprenditoriale, fidanzato e gatti.
La bellezza del personaggio di Brooke sta nella sua visione della vita, secondo cui ognuno di noi potrebbe benissimo fare quello che vuole quando vuole. Realizzare i sogni, le aspirazioni, le idee folli è ciò che Brooke riuscirà ad instillare in Tracy, che cercherà in ogni modo di aiutare sua sorella a trovare dei finanziatori per aprire il suo ristorante.

Brooke si dichiara un’autodidatta, pensa che a diciott’anni il tradimento non esista, bussa alla porta della sua ex migliore amica Mamie-Claire (Heather Lind) e le chiede i soldi per sopperire alla mancata quota di apertura del ristorante. Ciò che rende il personaggio di Brooke degno di nota è la tenacia con cui affronta la sua amica, l’esuberanza di chi — nonostante le sconfitte — resta ancora in piedi, e il panico che assale una persona che si butta a capofitto nelle situazioni della vita senza curarsi delle conseguenze. Interverrà poi Dylan, l’ex di Brooke, ormai diventato il marito di Mamie-Claire, ad aiutare l’amica in difficoltà.

La particolarità di Mistress America è proprio nella spinta che consegna allo spettatore. Non te lo dice esplicitamente, ma tra le righe si legge un “non arrenderti” grande quanto una casa. Se non è destino, lo saprai. Ma se c’è qualcosa che vuoi realizzare, non aspettare e agisci.

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Lola Kirke

Tracy riuscirà ad entrare nel club, ma comprenderà che non era ciò che voleva e per questo fonderà il suo club letterario, offrendo a Tony e alla sua gelosissima ragazza Nicolette una possibilità di riscattarsi per il pessimo comportamento dimostrato.

Mistress America è stato il primo film che ho guardato dopo tre anni trascorsi nel mondo delle serie TV e, oltre a farmi scoprire l’immenso talento di Greta Gerwig, mi ha permesso di capire determinati lati di me stessa. Al momento sono in pari con alcune serie TV che guardo ossessivamente. Magari il prossimo film sarà Frances Ha, l’accoppiata Baumbach/Gerwig riserva grandi sorprese.

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