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Mi sono decisa ad ascoltare i Blonde Redhead

Quando scopro musica nuova tendo ad ascoltarla in modo ossessivo. Questo è successo anche con una band che è tutto fuorché una novità. Loro sono attivi dal ’93. Di anni allora ne avevo quattro e prima di decidermi ad ascoltare i Blonde Redhead ne sono passati ben ventidue. Il primo brano che ho ascoltato è stato 23, pezzo di apertura dell’omonimo album uscito nel 2007.

La voce di Kazu Makino sembra quanto ci sia di più simile a quella di una donna gatto. I riff, i tempi della batteria, i giri di basso, sono raffinati. E anche quando i suoni sono più sporchi e rock, hanno sempre un sound elegante e nitido. La band newyorkese però è per metà italiana e per metà giapponese. I gemelli milanesi Amedeo e Simone Pace, e le giapponesi Kazu Makino e Maki Takahashi, erano la formazione di partenza. Dopo l’uscita dalla band della Takahashi, tra l’altro molto presto, i restanti componenti decidono di continuare come trio.

I primi album sono molto più psichedelici, rozzi, quasi hardcore. Se ascoltate In An Expression of the Inexpressible, presente nell’omonimo album del 1998, vi renderete conto dello stile molto simile ai Sonic Youth — il batterista, Steve Shelley, si occupò della produzione del primo e omonimo album Blonde Redhead.

Facciamo un salto di cinque anni: nel 2004 il trio pubblica Misery is a Butterfly, un album in cui le sonorità sono cambiate. La band nel frattempo ha acquisito una sua personalità. Non vengono più paragonati ai Sonic Youth, che pure gli sono valsi come ascesa dall’anonimato dell’indie. Ormai i Blonde Redhead hanno un loro stile personale e l’album segna il passaggio alla musica d’autore. Troviamo testi di un certo spessore all’interno di Misery is a Butterfly, come Elephant Woman, che apre l’album con un sound lamentoso ma forte, e Falling Man. Ascoltare per credere, non vi anticipo nulla.

Propongo ancora un altro salto per quella che sembra esser diventata una guida all’ascolto di questa band: stavolta il lasso di tempo è di dieci anni. Arriviamo dritti a Barragàn, ultimo album dei Blonde Redhead. Anche in questo caso le sonorità sono mutate in modo camaleontico. Il brano che da il nome all’album, neanche a farlo apposta, ha un sound molto orientale, e sembra imperniato su una specie di pace interiore. Il mood dell’album è molto semplice, deciso e pulito. Come se tutto questo fosse un’ulteriore crescita musicale della band. Come se fossero sempre aperti a nuove sonorità, stavolta più orecchiabili ed electro.

La bellezza dei Blonde Redhead è un misto di tutte queste caratteristiche. E’ molto semplice che vi innamoriate della voce miagolante della Makino, del suono sempre cangiante di chitarre, bassi e batterie, e della bravura dei fratelli Pace. Un consiglio da un’ascoltatrice compulsiva della musica più disparata: ascoltate a giorni alterni un album intero dei Blonde Redhead. Vi farà sentire bene.

Di Mariateresa Pazienza

Fa la sua prima apparizione poco dopo la caduta del Berliner Mauer. Scrive racconti a tempo perso, studia la luce naturale ogni giorno e crede nell’importanza dell’auto-consapevolezza.

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