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Fargo I: Il riscatto dell’antieroe borghese

«Avrebbe scrollato le spalle se gli avessero detto che la sua vita sarebbe cambiata di punto in bianco.»

Georges Simenon

fargo I
FARGO — Pictured: Martin Freeman as Lester Nygaard — CR. Matthias Clamer/FX

Quanto sarà alto Lester Nygaard? Più o meno quanto il suo spessore morale o la sua fortuna nel farla franca. Un metro e cinquanta circa. Né troppo, né troppo poco, una statura media. Come medio è il personaggio che incarna, come nei limiti della medietà risiede la sua grandezza nel diventare, velocemente, assassino. Uno che era solamente assicuratore.

La vicenda mi ha ricordato tanto un libro che non mi è piaciuto molto o che non mi è piaciuto quanto Fargo: L’uomo che guardava passare i treni, di Simenon, che racconta la storia di Kees Popinga, gentiluomo di Groninga, che da un giorno all’altro diviene ricercato in mezza Europa. Lester agisce più o meno secondo gli stessi meccanismi mentali e con la stessa cristallina lucidità. Ma non viene ricercato nell’immediato, perché di lui si comincia a sospettare tardi, perché lui è intoccabile dentro le mura della sua blanda quotidianità, dei suoi cortesi buongiorno e buonasera, dei suoi sorrisi luccicanti; è un piccolo uomo pulito, i cattivi sono altri.

A Fargo, che in realtà Fargo non è – perché è in parte Bemidji, in parte Duluth – c’è sempre la neve.

 

Tutto è permeato da un sottile ma denso strato di bianco. Un bianco che non è sinonimo di purezza ma solo il colore che meglio riesce a far saltare all’occhio il rosso del sangue. Lester è il nostro antieroe borghese, ciò che di più lontano c’è dal working class hero cantato John Lennon e ricantato dai Green Day, in tempi più o meno recenti.

Ma è anche un personaggio ironico, divertente, adorabile nella sua mancanza di consapevolezza prima e nel suo panico dopo, che però diventa subito un dolce menefreghismo, irresistibile nella sua splendida lucidità. Rappresenta tutto quello che noi vorremmo fare ma che non abbiamo il coraggio di fare. Le nostre pulsioni che in genere vengono sempre ostacolate dal buonsenso e dalla ragione, sono finalmente libere, grazie a Lester. Il riscatto delle piccolo antieroe che diviene efferato assassino.

Ma. Non è colpa sua. È stato quel Malvo e mandare tutto a puttane, nella gloria dei cieli del Minnesota, in pace, tra i cumulonembi portatori di tempesta. È stato un po’ il clima un po’ la brutta compagnia e lui si è fatto trascinare nel vortice, dolcemente.

Ho rivisto Fargo nelle sere d’estate, a metà luglio, quando impietosi i gradi del termostato di casa salgono e i climatizzatori non bastano. Allora c’è solo un luogo dove andare – se già si sono esauriti gli scenari di Grande Inverno – quel posto è Fargo, che seppur solo idealmente, stempera quell’imperturbabile afa e ci fa sentire freschi. Ma non esagerate con le dosi, se si stringono amicizie un po’ malsane con alcuni personaggi, freschi equivarrebbe a troppo freschi, oltremodo gelati, ergo morti. In Fargo la morte è trattata come i Fratelli Coen sanno fare, come evento tragicomico e divertente.

Lester, maldestro e un po’ rammollito, è un perdente. A questo si aggiunge una frustrazione inarrestabile provocata dalla sua scontenta moglie piccolo borghese, casalinga a tempo pieno, una gran rompicoglioni. Con una raffica di estenuanti lamentele lo colpisce ogni giorno, cercando di inghiottirlo con la sua invidia che divampa durante le loro cene dense di rammarico e delusione.

È una marea di sangue, Lester, questa nostra vita. La merda che ci fanno ingoiare giorno dopo giorno, il capo, la moglie, eccetera, sfinendoci… Se non ti opponi e non gli spieghi che sei ancora una scimmia, nel profondo, lì dove conta, alla fine vieni spazzato via.

 

Un bel momento, il nostro antieroe – preso non tanto da una rabbia cieca e improvvisa, quanto da un malessere covato progressivamente e diventato troppo grande ormai, incontenibile per quel corpo così piccolo in cui risiede – sarà costretto a compiere un’azione un po’ grottesca, lontana eticamente dalle regole stabilite da una società funzionante. Commesso il tragico gesto e dopo essersi fatto una risata a metà tra l’isteria e la liberazione da un fardello troppo pesante, precipita in un panico angosciante.

Questo atto si connette alla rappresentazione della morte pensata dai Coen: la morte non è oscena, ovvero posta fuori dalla scena, la morte è spassosa, sembrano urlare i Coen. E oltre ad essere spassosa è anche banale, consueta, strana. Molto strana. Un evento più comico che tragico nell’ordinario corso dei giorni, delle settimane, dei mesi. La suddetta scena, avviene subito, alla fine della prima puntata. Ma sembra che in realtà avvenga molto, molto tardi, quasi alla fine della serie, per quanto è bramata e per quanto la situazione sia esasperante, nel contesto ordinario abitato dal protagonista.

Ogni cosa, a questo punto, diventa una questione di scelte e libertà.

«What if you’re right and they’re wrong?»

Fargo

Forse Lester è l’unico assennato, in un mondo di idioti. Ma nessuno lo capisce, Lorne Malvo lo intuisce. Malvo però è una specie di serial killer, il cattivo della storia, ed è questo il problema. Lester stringe un’amicizia pericolosa che combinata alla sua sbadataggine lo mette in guai grossi, ma lo libera anche. Il punto è: quanto siamo disposti a pagare per la nostra libertà personale? E la seconda domanda è: ma che cos’è davvero, questa libertà?

Se provassimo a leggere la situazione di Lester mediandola tramite il pensiero di Camus, applicando la famosa citazione «la libertà non è che una possibilità per essere migliori» la questione si fa difficile. Perché, dopo l’assassino, Lester diventa davvero una persona migliore, ma l’atto per cui lui stesso è riuscito a raggiungere questo miglioramento non è per niente corretto moralmente.

 

Il mezzo usato per diventare migliori è in fondo molto sbagliato e l’antieroe non sembra rendersene conto, perché davanti a lui si spalancano sin da subito orizzonti bellissimi di possibilità. È il sogno americano raggiunto da un uomo che è tutt’altro che sognatore. Il riscatto di Lester, tuttavia, è molto sentito dallo spettatore, che si schiera sin dalla prima puntata dalla sua parte perché l’antieroe è un perdente e fa un po’ pena, perciò tendiamo a tifare per lui. Perché lui ci ricorda tanto noi.

Che dire allora di questa serie, senza cadere nell’errore di raccontare molto, di raccontare male non garantendole giustizia, di raccontare troppo poco? Senza cadere nell’orrore di descrivere le sue oscenità, di poggiare per un tempo poco consono l’occhio sul sangue che scorre lento, che tinge i muri, i marciapiedi, gli interni delle case nordamericane? Si potrebbe partire dalle musiche, bellissime, di Jeff Russo. Composizioni che ascolto in macchina, quando guido nella notte e che a volte, causa anche l’oscurità, mi terrorizzano, in parte perché le associo agli eventi della serie, in parte per il loro essere pregnanti in modo autentico, misteriose nella loro strumentale bellezza.

Cosa aggiungere dei personaggi, senza soffermarsi troppo sul protagonista? Si potrebbe dire, riducendo tutto ad una visione semplificata ma non eccessivamente semplicistica, che Lester ha tutti alle calcagna, tranne il cattivone, Malvo. Tuttavia anche il cattivone, un po’ incazzato, sarà ad un certo punto contro di lui.

E lui, Lester, agendo per paura, verserà ancora altro sangue sulla sua coscienza e quando alla fine crederà di essere redento e salvo, beh, non ve lo posso dire cosa succede alla fine. È il protocollo che me l’impone. Ma guardatela questa serie, perché se solo sarete capaci di andare oltre la bonaria stupidità di alcuni protagonisti, saprete apprezzate il bello della mediocrità, il fascino dell’antieroe borghese, figura della quale in questi tempi si sente la mancanza, perché è facile essere un eroe, ma antieroi, con stile, non è da tutti.

 

Soundtrack 

Jeff Russo ‎– Fargo (Original Television Series Soundtrack)

 

© Iole Cianciosi