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Racconti di Ringhiera

Elogio alla solitudine

di Francesco Tacconi

Il rumore delle sue scarpe vecchie le piaceva tantissimo. Mutava in modo delizioso, prima sul marciapiede, poi su un tombino, sul marmo sporco e di nuovo sull’asfalto. E’ strano definire il suo modo di camminare, coincideva perfettamente con lo stato d’animo, ed entrambi cambiavano spesso, in maniera quasi impercettibile, come un nuvolone nero che si staglia in cielo senza essere visto da nessuno.

Piccoli passi brevi e rapidi per un umore pensieroso, distante. Va veloce anche se non è in ritardo, come se la puntualità fosse una prerogativa di ogni appuntamento, anche se, senza dubbio l’anticipo risultava alla fine la qualità migliore, non ne poteva fare a meno.
Ampi movimenti delle gambe per i giorni grigi, quando, stizzita, supera la gente lenta per strada, che si blocca in mezzo alla via. Le sue falcate spedite sono modi per lasciare l’incazzatura alle spalle, ma con gli occhi fermi su un punto a caso davanti a sé e le labbra serrate, mostra la sua irritazione verso il genere umano, che a volte la rende cinica.
In certe giornate invece, la città, con tutti i suoi profumi, la accoglie fra le braccia come un vecchio amico, e lei cammina lenta, godendosi ogni passo, guarda i palazzi, sceglie il suo preferito. Tutto è al posto giusto. Lei sembra al posto giusto. Sorride ai cani, osserva le vetrine e scruta il suo riflesso, si sistema i capelli, entra nei negozi per qualche commissione inventata.

Quel giorno, improvvisamente, mentre fissava incantata dei barattoli di vernice sullo scaffale del locale, si schiantò su di lei quella rara consapevolezza di quanto fosse importante, a volte, la solitudine.

‹‹Blu o rosso?›› chiese il commesso, interrompendo quella riflessione.
‹‹Come scusi?›› rispose lei, colta alla sprovvista.
‹‹No dico, l’accendigas lo vuole blu o rosso?››. Non si aspettava che una scelta del genere potesse spiazzarla tanto.
‹‹Ah… ma veda lei, è uguale. Ok, rosso allora››.

Mentre pagava si domandò perché diavolo pensieri come quelli si facevano spazio sempre in attimi inaspettati, fuori luogo, quando non ci si può nemmeno appuntare due parole e si perde tutto il filo del discorso, che è già confuso di per sé. Uscendo cercò di pensare ai passaggi logici del suo monologo interiore riguardo alla solitudine. Innanzi tutto ci sono varie tipologie di solitudine: quella che amava lei erano i ritagli, attimi ricercati nella giornata, porzioni misurate per trovare sé stessa faccia a faccia. Sentiva che stando da sola poteva percepire meglio le cose e la loro profondità, le circostanze, i desideri.
D’altronde la solitudine è anche questo: una prova, un test da non superare, perché noi non siamo fatti per stare sempre da soli, anche se per capirlo bisogna passare da lì.

Allo stesso tempo però, c’era una via, consigliata e indicata dalla sua coscienza, che mostrava il lato più oscuro di ognuno di noi, spesso tenuto nascosto: la costante, inspiegabile e comune necessità di essere accettati dalla società. Perché diciamolo, anzi lei lo farfugliò proprio ad alta voce:
‹‹Alla fine non va bene se uno si fa delle domande. L’importante è adattarsi alla norma e modellarsi alle forme degli altri, no?››. Un uomo la guardò male dall’altro lato della via. Ecco, appunto.
Sembrava pazza? Ma perché? A lei piacciono le persone che parlano da sole per strada.

Il suo passo ora è deciso e diretto verso chissà dove. La mediocrità aleggiava nell’aria e lei ne percepiva l’odore, come potevano gli altri non accorgersene? Li vedeva passeggiare nella confortevole sfera dell’ignoranza, li guardava uno per uno per davvero. Lei amava la gente ma alcuni elementi proprio non li capiva. Sembra quasi che non sappiano chi sono, chi abiti in loro.
Non si sentiva superiore, semplicemente, nonostante non riuscisse ad adattarsi, si accettava così com’è. Anche dopo aver fatto i conti con sé stessa. E non era mai bello, né divertente. Assomigliava quasi ai momenti in cui alle elementari suo padre verificava se aveva effettivamente studiato storia e geografia per l’interrogazione: lei sapeva di poter fare di più, ma non succedeva mai.

Comunque sia le era venuta voglia di scrivere. Arrivata a casa, oltre a tirare fuori dalla borsa l’accendigas, posò sul tavolo anche una cosa trovata per strada, qualcosa di prezioso e indispensabile, il coraggio di stare con sé stessi. Ansie e paranoie comprese.

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