Di carne e d’asfalto – Le CAVIE di Paolo Coppolella e Milo Mussini

Di carne e d’asfalto – Le CAVIE di Paolo Coppolella e Milo Mussini

Il titolo, Cavie. Quella è la prima cosa che mi ha colpito. Cavie, e tutto quel senso osceno e disturbante che Palahniuk si portava dentro il suo romanzo.

“Una parola cruda, che riporta a un immaginario di disagio e violenza, nei loro diversi gradi, ma lungi dal volerli raccontare didascalicamente”.

Cavie, il progetto editoriale di Paolo Coppolella e Milo Mussini, parla di carne e asfalto e corpi e città e scarti. Una raccolta di fotografie scattate in 35mm, con una vecchia Olympus ritrovata per caso, tra vecchie cose dimenticate. E Paolo porta sempre con sé questa piccola compatta, cammina per la città e osserva le strade, gli angoli, i corpi, le persone. Scatta e ruba momenti, particolari e attimi fugaci di un’umanità fragile e bellissima.

È uno sguardo su un mondo nudo e urbano, fatto di personaggi e situazioni, luci e angoli bui; cavie di tutti i giorni, da studiare, capire, o solamente guardare, come quando si raccoglie un insetto in un barattolo e poi lo si libera.

Cavie è un racconto per immagini. Cavie è l’esperienza di uno sguardo che non si ferma all’apparenza. Ma ci gioca. La esalta. Ce la sbatte in faccia. L’esperienza del reale, a volte così crudo e vero che vorresti semplicemente voltare pagina, e cercare il rassicurante. Invece avverti qualcosa di più atavico, istintivo.

Non riesci a staccarti da quel particolare disturbante. Osservi, distogli lo sguardo e poi ritorni. Con la coda dell’occhio. Prendi fiato e inizi a scivolarci dentro, a cogliere il senso. Denso, appiccicoso, vivo.

Sono gli scarti, le cose gettate per strada, abbandonate e accatastate. Sono i corpi segnati, fragili, nudi e potenti che si offrono con brutale sincerità, senza alcun timore di mostrare i lati più oscuri del loro edonismo.

Cavie no, non è buono nè corretto. È imperfetto, violento, impertinente e noncurante del comune senso del pudore. Quello no, non si trova, che il reale non lo contempla. Quindi via, via tutte quelle convenzioni, via le pose, via il trucco, via i filtri, via le mutande, via la costruzione della scena. Solo un continuo, ossessivo pellegrinaggio nel reale, così dannatamente onesto e vero, in grado di creare una narrazione intensa e conturbante. Lasciati andare, guardati intorno e impara a cogliere la bellezza naturale di questa umanità fragile e imperfetta. Farai resistenza, avvertirai quel lieve senso di repulsione eppure ne resterai affascinato, rapito, conquistato.

Paolo Coppolella e Milo Mussini lavorano ai fianchi, consapevoli e convinti di una narrazione così autentica e forte. Creano connessioni visive, forzano e stimolano lo spettatore.

Esplorano indifferentemente il bello e il brutto e, non solo te lo mostrano, ma te lo fanno sentire come se fosse una canzone che ti gira nella testa, così forte così ossessiva che quasi ti pare che i bassi ti esplodano nel petto.

Le fotografie di Paolo Coppolella non sono solo scatti da osservatore, ma partecipano: il suo sguardo entra nel dettaglio con “un linguaggio crudo ed essenziale, che parte dall’intuizione individuale e si sviluppa nel gesto fotografico, gesto che scaturisce da riferimenti estetici e culturali definiti e che veicola lo sguardo e lo stato d’animo di chi guarda gli scatti”.

Il quotidiano che ti risucchia e Paolo che si ferma, con la sua piccola compatta e si porta via angoli e persone, con tutto quello che c’è dietro. Con tutto quello che c’è dentro. Le cose sporche, quelle  vischiose, quelle abbandonate.  Scarti, immondizia, cicatrici, pizzi tatuaggi, latex e rossetti. La 91 a Milano e l’asfalto bagnato nella notte. La carne e il sesso e i peli e il sangue le cicatrici. Tutto quanto. Tutta questa umanità alla periferia dello sguardo che non ha meriti né colpe. È quello che è, semplicemente.

Cavie sorprende, lascia spiazzati: è intima, violenta e liberatoria. Oscena e bellissima.

 

Uno sguardo sincero, senza alcun filtro che attraversa città, autobus e corpi. Accostamenti apparentemente casuali spingono lo spettatore a soffermarsi. Osservare, studiare, comprendere al di là dell’immediato. La scelta e l’accostamento delle immagini, permette di creare interpretazioni ed empatie tra le immagini stesse e tra queste e chi le guarda: una vera e propria fase curatoriale e successivamente grafica, seguita da Milo, in simbiosi col linguaggio di Paolo.

Attraverso i suoi scatti emerge cosa prova, cos’è che lo scuote. Cosa lo turba, cosa lo disturba, cosa lo eccita, cosa lo diverte.

E noi? Cos’è che proviamo, ora? Non siamo forse noi stessi cavie di questo gioco di sguardi tracciato e cucito insieme da questi due giovani artisti?

Sorge quindi sempre spontanea la questione sul fatto che le cavie siano i soggetti sfogliati e guardati sulle pagine o se non sia proprio chi guarda che diventa cavia di un sistema più ampio, osservandone le diverse reazioni, innescando così un circolo vizioso continuo, un serpente che si morde la coda.

Cavie Project sarà anche alla prossima edizione di Funzilla, il Festival dedicato alle fanzine fotografiche che si terrà a Roma, dal 21 al 23 settembre. Durante la manifestazione, Paolo e Milo presenteranno due nuovi progetti: “Leftover” e “The Wall, portraits in my house”.

Noi non vediamo l’ora di scoprirli. 

Instagram: Paolo Coppolella @rossomalpaolo_04