All posts filed under: Letteratura

«I dormienti dormivano» L’ironia malinconica della landa americana: Cormac McCarthy, Suttree

«I dormienti dormivano. La periferia triste e mal illuminata di una città sfilò davanti ai vetri. Steccati, appezzamenti coperti di erbacce, sterili campi autunnali scorrevano spenti sotto le stelle» McCarthy è uno scrittore solitario, scarse apparizioni in pubblico, rarissime interviste. Chissà che effetto fa starsene da qualche parte senza curarsi di quello che dicono di te degli anonimi che da lontano ti “venerano”. Qualcuno ha detto che è uno scrittore per uomini perché nei suoi romanzi mancano i protagonisti femminili o se ci sono rivestono un ruolo secondario, marginale, di sfondo. Non la reputo una verità assoluta, questa. Se è vero che in molti dei suoi romanzi – come La Strada, Non è un paese per vecchi e Suttree, per citarne solo alcuni – i protagonisti appartengono alla categoria maschile, è anche vero che il gentil sesso non è assente in toto. I suoi personaggi sono “uomini”, ma non in quanto semplicisticamente soggetti maschili. La sua non è affatto misoginia, ma la risultante di un progetto definito che si propone di raccontare storie universali, narrare …

John Cheever e i terribili miracoli della scrittura

  «A volte periodi tristi, a volte allegri. Temporali. Natale.» Vi consiglio di non leggere Cronache della famiglia Wapshot (che si pronuncia «Uapsciat, con un suono catarroso», lo dice lui, non io) in treno. Potreste iniziare a ridere e non smetterla più, piangere come bambini oppure restare imbambolati a fissare il vuoto per un po’. Questo è l’effetto provocato da Cheever, il grande pregio della sua scrittura, un po’ di sana umanità. Umanità nel senso di qualcosa che ha come caratteri tipici la fragilità, la precarietà, la franchezza, l’allegria, la disperazione, l’imperfezione. Umanità per indicare un soggetto che vive e un giorno muore, umanità in senso biologico, ontologico, esistenziale. La compostezza smodata della scrittura di Cheever è anche il suo mana, il mezzo di connessione tra il mondo dei vivi e quello dei morti o degli immortali, l’afflato magico che lo conduce agli dei e lo salva da se stesso. – «Rosalie Young, sconosciuta agli Wapshot quanto voi lo siete a me» – «Non è certo colpa mia se il New England è zeppo di …

“MELANCOLIA DELLA RESISTENZA” di László Krasznahorkai

MELANCOLIA DELLA RESISTENZA - László Krasznahorkai

Vorrei fare di certi romanzi il mio sacro monolite, poter ricordare a memoria ogni parola, ogni pensiero donato dallo scrittore all’umanità tutta. Ma la mia memoria è fragile, è debole e ciò che resta è una sensazione di inadeguatezza. MELANCOLIA DELLA RESISTENZA, dello scrittore ungherese László Krasznahorkai, è un romanzo che merita un posto speciale nell’Olimpo della Letteratura. Dopo averlo letto mi è venuta il folle desiderio di ricopiare i passaggi più intensi – e ne sono davvero tanti –, quelli che ho riletto più e più volte per la loro smisurata bellezza. È arte, mi sono detta, e dinanzi all’arte tutto il resto è inutile, superfluo. Il romanzo di László Krasznahorkai non è solamente la dolorosa metafora di un’invasione (l’Unione Sovietica che nel 1956 invase l’Ungheria) ma è lo specchio dentro cui si riflette la frustrazione e la disillusione di chi ha visto cancellata ogni certezza. Il bene e il male si fronteggiano, danzano con gli eventi, e ogni cosa è travolta dall’inevitabile crollo. MELANCOLIA DELLA RESISTENZA inizia con un lento viaggio in treno, …

Libro Rotto: intervista a Luca Buoncristiano.

Libro Rotto: intervista a Luca Buoncristiano.

      “Lasciate che mi presenti. Sono Rotto, Joe Rotto un tipo ricco e di classe, piacere di conoscervi”. Eccolo, dunque: dopo anni di apparizioni illustrate e caustiche sentenze, Joe Rotto prende fiato, parola e tutta la scena esplodendo nelle 258 pagine del Libro Rotto di Luca Buoncristiano, romanzo edito da El Doctor Sax Beat & Books di Gabriele Nero. E il piacere, davvero, è tutto nostro. Uno spacciatore di peccati, un dandy nichilista, un manipolatore, un facilitatore. Impeccabile, Joe Rotto non si scompone mai. Piuttosto ricompone i pezzi di un collage pop straordinario, un irresistibile baraccone di ballerine e nani, attori e cantanti celebri masticati e restituiti al pubblico sotto forma di psichedeliche storie umane-troppo-umane che incalzano e disturbano e fanno ridere e fanno riflettere. Parecchio. Carne, nevrosi, dipendenze, ossessioni, omaggi, citazioni, illustrazioni: dentro c’è tutto e tutto risucchia e trascina beatamente tra le infinite le pieghe di questo straordinario mondo Rotto. Non resta che seguirlo sulla sua cattiva strada fino all’orlo del precipizio e godersi il potente, surreale panorama che Joe Rotto generosamente offre. …

Anime galleggianti, ovvero: un viaggio simbolico, due musicisti e una chiacchierata col fotografo che li ha accompagnati

Zamboni e Brondi raccontano quell’avventura a parole, tu tramite delle immagini bellissime. Avresti voluto aggiungere altro al racconto, oppure ti senti di aver detto tutto tramite quegli scatti? «Credo di aver “detto” tutto quello che ho provato in quei quattro giorni» Piergiorgio Casotti © Piergiorgio Casotti C’è una salina che sembra un iceberg, dei cartelli stradali che sbucano dalle erbacce ai margini della palude e indicano Rovigo, Mantova, Venezia, il Po. Le indicazioni spingono l’osservatore disperso a ricollocarsi in un contesto spaziale definito: siamo in Italia anche se pare di essere altrove. Altrove per indicare un quadro indistinto, di coordinate vaghe e imprecisate. Dispersi, alla deriva, guardando immagini di non luoghi, potenti, bellissime, sospese in un nulla indolente, accomodante, terra di presenze leggere, fuochi fatui, anime dei morti. Ma i cartelli parlano chiaro e le voci narranti ci riportano con forza alla realtà. Di nuovo catapultati nell’orizzonte dell’essere. Che peccato. Era un posto così bello, quello, per viverci e morirci. Ma «adesso siamo qui, passati dall’essere assaliti da troppe cose contemporaneamente al non essere assaliti …

“L’OSPITE D’ONORE” di Joy Williams

Joy Williams, L'ospite d'Onore

«Aveva dei pensieri ma non li pensava. […] Domani, pensò. Meglio non dire niente di notte. Di notte le parole sono belve feroci.»  L’OSPITE D’ONORE è una voluminosa raccolta di racconti della scrittrice americana Joy Williams pubblicati per la prima volta in Italia dalle Edizioni Black Coffee, traduzione di Sara Reggiani e Leonardo Taiuti. La giovane e coraggiosa casa editrice fiorentina si dedica esclusivamente alla narrativa nordamericana contemporanea con autori tutti da scoprire. Joy Williams, classe 1944, già apprezzata da Raymond Carver, Don Delillo e Bret Easton Ellis, è stata consacrata da alcuni critici come l’erede letteraria di Anton Čechov e Flannery O’Connor. Con queste premesse, e con l’entusiasmo di molti lettori italiani, era una scoperta da non perdere, e io non l’ho persa. I racconti della Williams sono dirompenti, lo stile è lapidario e la narrazione scorre senza nessun abbellimento. La parola si fa storia e le storie, spesso crudeli, sono un’arma tra le mani dalla scrittrice. Chi entra in queste pagine scoprirà un’umanità alla deriva consapevole che non esiste salvezza o resurrezione. Nessun personaggio …

Here’s the story of the Hurricane – Bob Dylan & His Band

    Ho ancora appiccicato addosso il sound vibrante di Desire. Dentro le orecchie il suo accento americano, le note di un violino, di una chitarra antica, la malinconia di un’armonica. Difficile mettere su carta una carriera lunga e intensa come quella di Bob Dylan. Complicato come riportare su un foglio bidimensionale il vento, la luce, le onde del mare. È una proiezione impossibile. Chi è Bob Dylan, mi chiedo? Un settantenne che ha fatto la storia della musica? Un profeta? Un dio? Il menestrello del Rock? Il premio Nobel per la letteratura che si è fatto beffa dell’Accademia Svedese? Convengo che è tutto quello che c’è stato nel Nuovo Mondo più o meno dalla corsa all’oro alla contemporaneità, passando per Woodstock, l’epopea Beat, Martin Luther King e la postmodernità. È un po’ come Underworld di DeLillo o come l’Ulysses di Joyce.     Complesso, vasto, impegnativo, contraddittorio. È inclassificabile, è tutte le cose belle che a scuola ci insegnano come astratte. È libertà prima di tutto, la libertà intesa come l’intendeva Isaiah Berlin: «resistere, …

Later! [Chiamami col tuo nome]

Timothée Chamalet, Armie Hammer - Call Me by Your Name

[di Lulù Withheld]   Maybe Later.  Dopo, forse.      Il film di Guadagnino, come lo stesso romanzo di Aciman, parte lento, in sordina. Esita. Come esita Elio. Come esita Oliver. Il pensiero adolescenziale che si avvolge a spirale su se stesso. Si contorce e trema e muore. Poi. Il desiderio. Che esplode, un gemito. «Se ti fermi, mi uccidi». Dice Elio, nel romanzo. Il desiderio che, piano, arriva e squarcia tutto. La scoperta del desiderio, ma anche il tormento che ne deriva. L’arrendersi alla fame dell’altro. Il non potersi sottrarre alla fame dell’altro. Perché il Desiderio, come il Cuore, non è che si possa scegliere a monte.   “Il cuore non si sceglie. Non possiamo obbligarci a desiderare ciò che è bene per noi o per gli altri. Non siamo noi a determinare il tipo di persone che siamo. Come fai a sapere cosa è giusto per te? […] Cosa succede se ti ritrovi con un cuore inaffidabile? Non possiamo scegliere cosa vogliamo e cosa non vogliamo e questa è la verità nuda e cruda. …

Il tempo di Grace Paley

di Michele Nenna Trascino per tutta la casa Più tardi nel pomeriggio di Grace Paley (Einaudi, traduzione di Laura Noulian). In ogni stanza in cui transito c’è sempre questa raccolta a farmi compagnia. Questa volta, rispetto alle altre raccolte di racconti che mi sono capitate tra le mani, la leggo con una tale calma quasi da rimanere io stesso spiazzato. Non corro, non avanzo svelto racconto dopo racconto, ma cerco di tenere tutto sotto controllo, pianificando a grandi linee quando leggerli. Come dicevo, mi sorprendo io stesso, figuriamoci voi che mi state leggendo. Non la trascino per via della sua pesantezza vista in chiave prettamente negativa, no. La trascino perché sento di avere tra le mani qualcosa di raro, qualcosa che difficilmente mi lascerà andare a lettura conclusa. Eppure si tratta di una raccolta molto esile — 140 pagine, indice compreso — potrebbe dire qualcuno, magari proprio uno di quelli che divora mattoni alla Infinite Jest come fossero snack da consumare nel pieno del pomeriggio nella consueta pausa merenda. Vado lento perché voglio godermi il momento, tutto qui. Questo …

Il diario di John Dunbar

di Michele Nenna A cinque anni conoscevo già tutte le scene di Balla Coi Lupi (Kevin Costner, 1990). Passavo ore intere davanti al videoregistratore collegato ad un televisore Mivar premendo i tasti così come lo faceva un bambino ossessionato dall’ultima uscita firmata Clementoni. Le cose che più mi attraeva erano i cavalli, la tribù indiana dei Sioux e le immense praterie verdi. La storia di John Dunbar rimase talmente impressa nella mia mente, dall’inizio alla fine — nessun frame escluso –, che ero diventato il fenomeno da baraccone della mia famiglia. Di alcune scene ricordo anche le parole, le movenze dei corpi e gli sguardi tra gli interlocutori. Attualmente non dispongo di chissà quale vasta conoscenza di cinema western — certo, qualche classico lo conosco, ci mancherebbe altro –, ma questo mio legame con un film che racconta una piccola parte di quella che è stata la realtà di un’area geografica, da una parte in lotta per la sopravvivenza e dall’altra per l’unificazione degli stati, mi ha accompagnato per il resto degli anni successivi. Ancora oggi, quando avverto quella strana sensazione …