7500 gradi Kelvin

7500 gradi Kelvin - o di quando non ho incontrato Baricco

[di Lulù Withheld]

La luce blu della neve.

Un 7500/8000 K.

7500 gradi Kelvin - o di quando (non) ho incontrato Baricco

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Io sono all’interno. Un posto caldo. Di legno chiaro. E divani bianchi. Molto Maisons du Monde.

Sono a un evento, una delle lectures di un noto scrittore. C’è lui che parla di Beethoven. Parla della Nona. Parla di Leopardi. Legge l’Infinito e sono certa di essermi bagnata sul Naufragar m’è dolce in questo mare pronunciato da lui. Con quella cantilena torinese. Mezza terrona, quella pronuncia. Le aperture delle vocali. Lunghe. Sinuose. Che tornano su quando chiudono la parola. Dice, poi lo ripete E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Cazzo.

La lettura poi termina e io cerco di defilarmi per andare a fumare.

Prendo un calice di vino rosso, che io non lo bevo neanche il rosso. Ma il bianco con le bollicine è ancora caldo, praticamente imbevibile. Così ripiego sul rosso.

Mi fermo a rollare appoggiandomi al muro del corridoio dell’uscita di sicurezza. Poggio il calice per terra e mi accovaccio. Ché è più facile rullare da seduti che non in piedi. Lecco la cartina e poi sento «Me la fai fare una sigaretta?». Io allungo il mio necessaire per le paglie senza neanche guardare. Il tipo si mette giù di fianco a me dicendo «Grazie, non ne potevo più. Ho bisogno di fumare dopo un po’». Lo guardo. E.

È lui.

Il noto scrittore.

Non ci posso credere.

Seduto per terra con le spalle al muro accanto a me.

Mioddio.

Tossisco per l’imbarazzo. E comincia pure a battermi il cuore. Forte.

Si alza, in quella luce blu, e apre la porta di vetro. Appena un pelo, giusto per fare girare l’aria e non fare partire l’antincendio.

«Fumiamo qui» mi dice, «se usciamo fuori ci prende un accidente».

E torna a sedersi vicino a me. Mi offre il suo accendino. Io accendo. Inspiro. Butto fuori. Il cuore trema e sussulta ancora. Io, davvero, non posso farcela a nascondere l’emozione. Le emozioni.

Il fumo dalle nostre bocche crea una nuvola ovattata in quel blu. Sarebbe bella una fotografia, così. Sarebbe cinematografica. Una foto così.

«Be’ come ti è sembrato? Ti è piaciuto?»

Io cerco di nascondermi nel collo alto del mio maglione, pleonasticamente nero. E annuisco. Perché non ho capito perché stavo pensando ad altro perché penso sempre ad altro. Poi dico «Sì certo, mi è piaciuto molto». Non gli dico dell’orgasmo mentale procuratomi dall’Infinito recitato con quell’impeto e quella passione.

Quella. Passione.

Che vabbè.

Lui mi fa un cenno affinché io gli dia il mio bicchiere, ormai vuoto, e mi versa una quantità esagerata di vino da una bottiglia di Chianti «Trafugata al catering» dice. E brinda piano, facendo tintinnare la bottiglia al bicchiere. Un rumore acuto smorzato si diffonde. Nessuno arriva, nessuno passa di lì. Solo il suono che si rifrange. Lontano. Come se fosse stato composto da David Barber.

Noi lì, seduti per terra. Come due adolescenti che hanno bigiato la scuola.

Qualche scambio di battute. Su Beethoven sulla Nona sul vino non troppo buono ma che va giù che è una bellezza; lui continua a riempire il mio bicchiere e io continuo a svuotarlo. E una strana leggerezza sento che arriva a me. È il tranello del vino. E io ci sono in mezzo.

Lui anche continua a bere. Alla canna, lui. Che fa strano, tipo, trovarsi a bere così. Con lui, intendo. E poi mi chiede se gli arrotolo un’altra sigaretta. Lo faccio. Ne faccio due e le accendiamo ancora e ancora continuiamo a bere e a parlare. Come se fosse normale stare lì a parlare di cazzate seduti per terra con uno degli autori che amo di più. In assoluto.Vivente.

Qualcuno arriva.

Ecco mi sembrava troppo bello l’idillio.

Arriva un tizio in giacca e cravatta e camicia chiara. «Ale, ah eccoti qui. È un’ora che ti cerco…».

Lui si alza e mi guarda mentre si alza, facendomi un occhiolino lasciandomi la sua sigaretta. Poi gli va incontro. Incontro al tizio in giacca e cravatta chiara.

Parlano fitto per qualche minuto. Sento solo dei pezzi di discorso e subito distolgo il fuoco da loro, ma me ne resto lì con le due sigarette spente in mano e guardo fuori. È un po’ freddo adesso che lui non c’è più di fianco a me a coprire lo spazio che mi separa dalla porta.

La neve il freddo il silenzio fuori. Ancora questa luce blu. Il riverbero.

Lui torna, sembra più serio di prima e, sedendosi, si schiaccia contro di me contro il muro. Si riprende la sua sigaretta facendo sì che io gliela porti alle labbra in realtà. Questa cosa mi imbarazza, mi imbarazza molto, mi stringo le gambe. Lui invece si stringe nel suo cardigan scuro. Ha freddo anche lui, qui in questo passaggio di aria. In questo luogo non luogo in mezzo alle montagne.

Lo guardo e improvvisamente mi sembra tipo una persona normale uno come me uno non distante da me.

Prendo coraggio e gli dico «Sa una cosa… il modo in cui siamo seduti. Il silenzio. La luce. Lei qui di fianco a me. Tutto mi sembra come in Mr. Gwyn. Salvo poi non esserci le Caterina dé Medici né il loop della musica… Ma ogni cosa… non so la percezione è quella. Non so… Mr. Gwyn è il punto di svolta e di non ritorno. È una delle cose più belle che io abbia mai letto. E c’è quel momento in cui loro due si guardano e…»

E mi bacia.

Non mi fa finire la frase il discorso nessuna parola. Mi bacia cazzo mi bacia che mi si incolla addosso come uno qualsiasi dei miei amici ubriachi e io non lo so mi ero così in un attimo immedesimata in quella scena di Mr.Gwyn che schiudo le labbra lo bacio anche io ed è caldissimo qui dentro nel bacio ed è morbido e sembra un posto sicuro e chiudo gli occhi e sento le mie labbra che sanno di vino che si uniscono alle sue che sanno di vino e pungono un po’ ché i baci pungono sempre intorno alle labbra e le sue mani sono dentro ai miei capelli e le mie mani non sono da nessuna parte che ancora non riesco a credere che quello che sta succedendo stia succedendo per davvero.

Cazzo io penso troppo.

Poi.

Un rumore. Lontano. Forse dal foyer.

Poi.

Dei passi che si avvicinano, invece. Suole di cuoio sul legno. Un chiacchiericcio, una risata. Vicinissimo. Due persone tagliano la visuale del corridoio. La tangente del corridoio.

Lui si volta verso l’uscita di sicurezza. Non guarda. Ha timore di essere visto.

E quel momento, il momento del bacio al sapore di vino sotto la luce infantile del maestro di Camden Town, in quel sonoro sempre identico eppure continuamente diverso, i passi improvvisi nel silenzio e le labbra che si allontanano, quel momento del bacio rubato seduti per terra nel freddo del corridoio scompare.

Scompare.

E poi in un attimo succede questa cosa, di cercarsi con gli sguardi di sapere di volersi sfiorare di volersi prendere tutto, di inchiodarsi. Di perdersi. Ed è una cosa, una sensazione che viene da lontano ma che è qui, è anche qui. È sempre qui. Ed è quel maledetto batticuore quel cazzo di tremolio della voce è quel pavimento che viene a mancare è il brivido che alza i peli è quel rossore che divampa da in mezzo alle gambe e vorresti, cazzo se lo vorresti, che ogni cosa si fermasse così da potere respirare da riprendere a respirare per davvero e vorresti che lui ti toccasse adesso ti toccasse e lui lo fa mi tocca mi sfiora la mano in un intreccio dolcissimo e si ritrae non alza lo sguardo non mi guarda, adesso, fa solo scivolare la sua mano nella mia e penso

Questo è il corpo.

È il corpo che partecipa tutto. È l’odore che è. È la presenza, l’ingombro di fianco a me, quest’uomo che respira, più forte respira.

La mano, la sua, lieve scivola sopra le mie gambe, in un gesto che è una danza, senza alcun peso si adagia e lui continua a non guardarmi. La vista. Lo sguardo. La mano sulle mie cosce. Scivola, piano. Pianissimo. Un brivido. Ancora.

Le gambe che si schiudono appena e si alleggeriscono di un peso, il mio, si rilassano i nervi il muscolo teso abbandona la partita.

La mano, la sua, si insinua. Lieve.

Qualcosa come un pensiero sfugge al pensiero.

Io mi giro verso di lui, il suo volto appena inclinato, il cardigan scuro che incornicia le spalle, i capelli immobili sopra le orecchie, i pori della barba visibili sul collo e le righe su quel collo le linee bianche che è dove la pelle si piega dove gli anni si contano. Le vene sulla mano, la sua, sono fiumi gonfi di pioggia. Sono blu, sotto la pelle chiara. Piccole macchie scure si intravedono sul dorso della mano. Non avevo mai visto quelle macchie, se non su mio padre.

Si gira verso di me, il suo sguardo così all’improvviso è il sentimento che dilaga e bagna. Che stringe il petto che mi fa stringere le gambe che mi costringe a chiudere gli occhi. Mi imbarazza il suo sguardo. Mi mette a disagio essere guardata. Vorrei che nessuno mi guardasse mai.

E lo guardo anche io. Adesso.

Sono verdi i suoi occhi. Che diventano ambrati che chiudono in un bruno molto scuro. Sono arrossati. Sono stanchi. E sono così pieni di quello che vorrebbe dire. Poi lo sguardo, il suo, scende sulle mie labbra e so che mi bacerà di nuovo. È sempre questo il momento: lo sguardo che dagli occhi si dirige alle labbra.

La mano stringe appena verso il punto oscuro delle mie gambe e le labbra, le sue, toccano le mie come una carezza lontanissima e l’alito si piega ed entra ed è l’emozione ed è un sussulto ed è una tregua antica ed è questo, cazzo, è solo questo.

E le dita, le sue, toccano le mie labbra come una carezza lontana e il tepore si piega ed entra piano ed è l’emozione ed è un sussulto ed è una tregua antichissima ed è questo, cazzo, è solo questo.

In questo corridoio blu.

Poi sfila la mano le dita piano sfila.

Ed è in questo istante che lo fa, mi prende e mi tira su per farmi sedere in braccio a lui. Lì per terra. Nel corridoio dell’uscita sul retro.

In un attimo io sono sopra di lui.

E lui riprende a baciarmi e c’è qualcosa che mi sfugge e mi eccita insieme, tipo lo stare al sicuro dentro questo bacio che so che è un bacio senza futuro e quelle labbra da ragazzino troppo cresciuto sono sopra le mie e quei capelli sparati e grigi sono avvolti nelle mie mani e quella dolcezza disarmante che è quella dei poeti mi annienta e ho paura di non potere più tornare indietro ché mi sento così in alto mare e insieme in salvo da qualsiasi cosa ed è una sensazione che non mi lascia neanche quando la sua mano ghiacciata e umida prova a infilarsi sotto il mio maglione. E la mia schiena si increspa. In un brivido.

Essere in salvo continuo a pensare.

In alto mare continuo a pensare.

Mi tira su. In piedi adesso mi abbraccia la vita. Si guarda intorno. Poi prende la mia mano vuole che io lo segua su per le scale.

E

mi guardo intorno anche io e

mi guardo alle spalle come in un addio

il corridoio il luogo sicuro il blu della luce la lentezza la passione ma anche il distacco salgo o lascio stare…

Salgo

o lascio stare

Lui vede che tentenno che inchiodo prima della seconda rampa.

E dice, con quelle vocali aperte sinuose che cadono chiudendo in un’armonia dice

«Lo so cosa provi. Perché è lo stesso per me. Anche io mi sento al sicuro. È questo vero?»

«Come fa a saperlo? Come lo sa?».

Sorride. Mi si avvicina scendendo i due gradini che ci separano. La mano, la sua, si allunga in una carezza. Sul mio viso.

«La luce in cui si abita da giovani sarà la luce in cui si vivrà per sempre».

«È solo una questione di luce?»

«Ti pare poco?»

«Io ci lavoro con la luce lo so cos’è»

«Allora, senti, mi piace questa luce che hai sul viso…»

«È una parafrasi per dire scopiamo?»

Io so come mandare a puttane tanta poesia. Sempre.

“- E allora può capire. Una luce è giusto uno spicchio di una storia. Se c’è una luce che è come lei, ci sarà anche un rumore, un angolo di strada, un uomo che cammina, molti uomini, o una donna sola, cose del genere. Non si fermi alla luce, pensi a tutto il resto, pensi a una storia. Riesce a capire che esiste, da qualche parte, e che se lei la trovasse, quello sarebbe il suo ritratto?

Jasper Gwyn diceva che tutti siamo qualche pagina di un libro, ma di un libro che nessuno ha mai scritto e che invano cerchiamo negli scaffali della nostra mente. Mi disse che quello che cercava di fare era scrivere quel libro per la gente che andava da lui. Le pagine giuste. Era sicuro di poterci riuscire.

– E ci riusciva?

 -  Sì.

 -  Come faceva?

 -  Li guardava. Per molto tempo. Finché vedeva in loro la storia che erano.

 -  Li guardava e basta.

 -  Sì. Ci parlava un po’, ma poco, e una volta sola. Più che altro lasciava che il tempo passasse su di loro portandosi via un sacco di cose, poi trovava la storia”.*

(* Estratto da Mr. Gwyn di Alessandro Baricco  – Dialogo fra Rebecca e il maestro di Camden Town).

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